Vespe & Vespe.

vespaIl Garolfo ascolta il programma radiofonico preferito del mattino e legge incuriosito alcuni messaggini da 140 caratteri. “Fiorello vittima di un incidente stradale, s’è scontrato con un pedone”. “Paura per Fiorello, incidente stradale a Roma”. “Fiorello cade e investe pedone”. “Fiorello cade con il motorino e finisce al pronto soccorso”. “Incidente stradale per Fiorello, notte tranquilla a Roma”. “Fiorello, l’incidente in moto che fa impazzire i social”. Il Garo stacca per un secondo gli occhi dal displei, e pensa. Pensa a come i “social” (ammesso che lo siano davvero…) non siano impazziti a causa del sinistro in sé. Rispetto al quale, sia colui che l’ha (colposamente) causato sia colui che lo ha (sfortunatamente) subito, meritano gli auguri di prontissima guarigione. Bensì a causa del come gli organi di informazione (e pure di intrattenimento),  lo hanno raccontato. In maniera edulcorata, approssimativa, ossequiosa, poco professionale. In un Paese ove il rispetto delle regole risulta spesso un accessorio, spiace rilevare le occasioni in cui i media perdono l’opportunità di rinfrescarci alcuni precetti del vivere quotidiano (tra i quali quelli della circolazione, scritti nel Codice della Strada). Il tema secondo il quale l’informazione debba avere funzione educativa, è dibattuto. Quello secondo cui l’informazione debba (almeno) informare, dovrebbe potersi ormai dare per acquisito.

A chi.

A chi ride, con il “sorr” davanti o senza.  A chi convive con il nodo in gola e a chi cerca di scioglierlo.  A chi patisce per un distacco e a chi gioisce per un incontro. A chi si abbraccia deciso al cospetto di un treno che allontana o che riunisce.  A chi guida  e a chi pedala. A chi comanda e a chi ubbidisce. A chi trasgredisce e a chi rispetta. A chi chiacchiera e a chi fa. A chi ama e a chi è (solo) amato. A chi batte cinque e a chi invidia (rancoroso). A chi strizza l’occhio e a chi fa il muso lungo. A chi viaggia e a chi resta a casa. A chi paga e a chi incassa. A chi il guinzaglio lo tiene e a chi lo indossa. A chi si butta e a chi si aggrappa. A chi va dal barbiere e a chi usa la macchinetta. A chi tiene la suoneria e a chi “meglio la vibrazione”.
A chi scivola sulla buccia di banana.

E a chi, quella buccia, la dimentica distratto sul selciato.

Buon Natale.

Dal Garo.

Monoscòpi.

Il Garolfo non riesce a togliersi dalla mente l’acqua marrone che scorre impetuosa, laddove prima camminavano le persone, transitavano le auto e pascolavano gli animali. E, parimenti, non riesce a scacciare un pensiero. Nel Disastrato Paese esistono decine, centinaia di canali televisivi. Che inondano quotidianamente le case di vaniloqui, non-notizie, battibecchi, chiacchiere i cui mittenti sono spesso personaggi impresentabili.  E di cronaca, quella nera. Perché si sa, lo spettatore medio è come le mosche da macelleria, quelle color verde cangiante. Ecco allora il racconto romanzato del tragico evento, la storia strappalacrime, il dettaglio raccapricciante, l’intervista con microfono sparato in faccia ad una persona inerme, con i lucciconi agli occhi. Che ha perso casa, affetti, ragione di vita.

E’ la televisione ex post. Quella che aiuta l’italiano a piangere, a commuoversi passivamente, ad autocommiserarsi. Una montagna di energia inutile e passiva, atomizzata nello spettro radioelettrico. Ecco. Il Garolfo pensa come al Paese servirebbe tanto (ora più che mai) una televisione (un’informazione) ex ante. Distante da partiti e movimenti politici. Che rovisti con robusti guantoni nei cassonetti delle notizie, che approfondisca seriamente, che proponga inchieste, che scoperchi verminai. Che renda i cittadini esigenti, consapevoli, (più) liberi. Che denunci i comportamenti conniventi, delittuosi, fraudolenti, colposamente omissivi. Che preservi dal malaffare e dagli accadimenti tragici, più che attenderli passivamente comme manne per l’odiens. E questo sarebbe tantopiù doveroso da parte del Servizio Pubblico. Il primo a doversi (quantomeno) interrogare  sul contenuto di molti dei suoi telegiornali. Infarciti di sagre dello gnocco fritto, di maratone dello shopping natalizio, di morse del caldo e del freddo, di cagnetti delle star, di vezzi della Reale Famiglia britannica. E, all’occorrenza, di facce contrite e pseudo commosse, a buoi scappati.

No. Secondo il Garolfo un’informazione siffatta l’Italia non la merita, oltre a non potersela più permettere. Altrimenti, tanto vale, la deriva. Illuminata dai vividi colori di un bel monoscopio.

Clacson.

Il Garolfo, nel destreggiarsi tra i lievi saliscendi della mezza, pensa alla tripla fatica cui deve sottoporsi l’italico podista. Il quale, oltre ai patimenti fisici, è tenuto a cimentarsi in autentici slalom acustici ed olfattivi. I propri simili automuniti, infatti, non non tollerano nella maniera più assoluta la chiusura domenicale di una strada/piazza/vicolo/mulattiera/sentiero/carrugio per un paio d’ore. Inondando il percorso di gara con un concerto mononota di clacson e con gas di scarico a profusione (se si spegne il motore quando si è momentanemente fermi ad attendere quei quattro zotici che si credono Mennea, c’è il rischio che si raffreddi). Il Garo non pretende certo che a bordo strada (come sovente accade fuori dal “Bel” Paese), ci siano centinaia di persone ad incitare un manipolo di tapascioni come lui. Ma non disdegnerebbe neppure che i bipedi con auto sotto il didietro, si astenessero quantomeno dallo sbattere disperati le braccia sul volante e dall’indirizzare a volontari, organizzatori e podisti, gli epiteti più coloriti. Al Garolfo piace pensare che tutto questo veleno, in fondo, non sia il prodotto della totale assenza di cultura sportiva. Ma solamente del timore che il ritardo accumulato causi lo quagliarsi dello spezzatino della suocera, e con esso del matrimonio. O non consenta una tempestiva sintonia con “Scai” TV  per la partita domenicale di pallone.

Accantonati infine i faticosi pensieri, il Nostro taglia il traguardo, stanco ma felice. Con un ultimo pensiero da rivolgere ai vicini cittadini europei. Al loro senso civico ed alla loro cultura dello sport per tutti.  Così geograficamente vicini. Ma (ancora) così idealmente lontani.

Traguardi e traguardi.

La mente del Grolfo va alle centinaia, migliaia di piedi, che picchiano sull’asfalto, per riscaldarsi. Ai pettorali (non quelli di carne, s’intende), che fanno bella mostra di sé, ben assicurati con le spillette da balia. Alle file per fare pipì. Alla mandria di atleti, pseudo atleti e tapascioni che si muovono all’unisono dopo lo sparo, serbando, fin da subito, l’energia necessaria per le ore a venire.  Ma, soprattutto, alla sommità di quella rampa. Ove il nostro scorge una fila di vecchi uomini e donne plaudenti, all’esterno di una struttura a loro dedicata. Alcuni in piedi, altri seduti su sedie con gambe. O con ruote. Il Garolfo svicola di qualche metro dal percorso, risale la rampa e, come (enfatizzando questo come) un atleta navigato che concede un tributo ai propri tifosi, batte il cinque a ciascuno di loro. Che contraccambiano, apparentemente emozionati, con sorrisi, occhi lucidi e pacche di incitamento. Un’emozione fin quasi alla lacrima pervade il Garo, il quale si gira per rivolgere un ultimo cenno di saluto e deferenza a cotanta nobiltà umana. Nell’istante, il Garolfo, non s’accorge. Ma, giunto, si rende conto che questa volta, lo striscione dell’arrivo, era proprio là. Invisibile. Sull’uscio di quella casa di riposo.

Busses.

Il Garolfo si accomoda disciplinato al proprio posto e prende ad annusare e guardarsi attorno. I sudditi di Sua Maestà salgono ordinatamente passando il titolo di viaggio sul lettore giallo, mostrando il biglietto all’autista oppure racimolando le monetine per acquistarne uno. Per i furbastri che pretendono di viaggiare a spese del prossimo, spazio alcuno. Tutti scivolano senza indugio lungo il corridoio o salgono la scala, facendosi fagocitare, in quest’ultimo caso, dal panoramico piano di sopra. Accomodàti, leggono il loro libro o armeggiano (le signore con fare spiccatamente delicato) sullo smartfon, incuranti delle folate di movimento che il tragitto e lo stile di guida portano con sé. Oppure scambiano un paio di parole, quasi sussurrate, con il vicino di posto. Il capostipite di un manipolo di turisti italici strizza l’occhio alla propria truppa quasi a voler dire: “mò vedete che ve faccio scenne dalla porta anteriore“. (“ghe pensi mi“, in pillole). Intendimento stroncato sul nascere da un cenno cortese, ma fermo, del conducente. Si scende dalla porta centrale, questa è la regola. In quanto tale, accettata con sgomento, sorpresa e rassegnazione dagli amici connazionali, il cui condottiero appare scornato come un vecchio camoscio durante la stagione degli amori.

Il Garo osserva come, a bordo dell’autobus rosso, dimori un ecosistema temporaneo e mutevole ordinato e variegato. Dal ragazzino con i pantaloncini corti e la sacca da atletica, alla mamma con passeggino e cuffietta, alla vetusta signora con capelli turchini, rossetto e bastone in mogano, al distinto quarantacinquenne dalla forma impeccabile, con valigetta che custodisce chissà quali vitali documenti per l’economia mondiale. La veduta, al di là del vetro, non è filtrata da sudiciume o rappresentazione artistica alcuna, tipici dei variopinti suk viaggianti della Repubblica Fondata sul Lavoro. In strada, un flusso di traffico vivace cadenza i minuti di viaggio. Punteggiato da molti autobus, moltissimi taxi, pochi mezzi privati (biciclette a parte), che si muovono su un tappeto bituminoso lindo. Al quale, le cacche di cane, le cartacce e i mozziconi di sigaretta, paiono sconosciuti. Ma questo potrebbe essere un ulteriore, affascinante argomento per tutt’altra storia.

Picsel.

L’età consente al Garolfo di recuperare i ricordi di infanzia legati  quella vecchia scatola in simil legno con i bottoni cromati. Vieppiù accompagnata (sotto il carrellino a rotelle con il ripiano di vetro e la tovaglietta di ricamo bianco), da quel corposo parallelepipedo grigio con lucetta rossa, dal nome così difficile per un bambino: “stabilizzatore“. Era una scatola magica. Non in sé. Ma perchè erano magici i contenuti che diffondeva. Persone in sfumature di grigio che parlavano ad altre persone,  a colori, sedute sulle sedie del bar. Raccontando loro l’Italia che era e che sarebbe venuta, erudendole, liberandole da una delle pene detentive più crudeli a cui può essere sottoposto un Popolo. La non conoscenza. Di quella scatola, nella forma e, soprattutto, nei contenuti, è rimasto solo del percolato. A colori certo. Ma pur sempre percolato. Che si manifesta in forma di televendita. Le cui pentole con fondo smaltato e mountain bike col cambio Shimano si pagano con la carta di credito. O le cui non notizie si pagano ad ancor più caro prezzo: con l’estinzione delle menti critiche, curiose. Che esigono di sapere che c’è oltre il cortile di casa, dietro il sipario o quali cursori muove il lucista.

Dalla TV italiana (quella per tutti), è scomparso il Mondo. Come se oltre il Brennero o Lampedusa ci fossero le Colonne d’Ercole. E, con lui, gli avvenimenti. Quelli tragici e quelli belli. La fame, il razzismo, la guerra. Un bimbo che vede la luce, nonostante tutto. Il popolo di uno sperduto continente che si affranca dalla dittatura. Nulla. L’orizzonte è quello tristarello, monocorde, nebbioso, dell’Italia. Con i suoi  falsi miti dello spettacolo, che raggiungono la (pseudo) fama, senza possedere abilità alcuna. Con il Giuoco del Pallone, gonfiato di chiacchiere come un vecchio tacchino di estrogeni, affinché possa ancora risultare (un minimo) appetibile. Con la sua politica. Fatta di dichiarazioni, controdichiarazioni, misere beghe, alleanze di comodo, battaglie ed interessi di parte per risultati di parte.

Ecco. Al Garolfo piacerebbe molto che quella scatola tornasse a diffondere le parole e le immagini cristalline e sincere di una volta. In grado di far emergere gli italiani oltre i miasmi che ormai, da troppo tempo, respirano. Loro malgrado.