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Monoscòpi.

Il Garolfo non riesce a togliersi dalla mente l’acqua marrone che scorre impetuosa, laddove prima camminavano le persone, transitavano le auto e pascolavano gli animali. E, parimenti, non riesce a scacciare un pensiero. Nel Disastrato Paese esistono decine, centinaia di canali televisivi. Che inondano quotidianamente le case di vaniloqui, non-notizie, battibecchi, chiacchiere i cui mittenti sono spesso personaggi impresentabili.  E di cronaca, quella nera. Perché si sa, lo spettatore medio è come le mosche da macelleria, quelle color verde cangiante. Ecco allora il racconto romanzato del tragico evento, la storia strappalacrime, il dettaglio raccapricciante, l’intervista con microfono sparato in faccia ad una persona inerme, con i lucciconi agli occhi. Che ha perso casa, affetti, ragione di vita.

E’ la televisione ex post. Quella che aiuta l’italiano a piangere, a commuoversi passivamente, ad autocommiserarsi. Una montagna di energia inutile e passiva, atomizzata nello spettro radioelettrico. Ecco. Il Garolfo pensa come al Paese servirebbe tanto (ora più che mai) una televisione (un’informazione) ex ante. Distante da partiti e movimenti politici. Che rovisti con robusti guantoni nei cassonetti delle notizie, che approfondisca seriamente, che proponga inchieste, che scoperchi verminai. Che renda i cittadini esigenti, consapevoli, (più) liberi. Che denunci i comportamenti conniventi, delittuosi, fraudolenti, colposamente omissivi. Che preservi dal malaffare e dagli accadimenti tragici, più che attenderli passivamente comme manne per l’odiens. E questo sarebbe tantopiù doveroso da parte del Servizio Pubblico. Il primo a doversi (quantomeno) interrogare  sul contenuto di molti dei suoi telegiornali. Infarciti di sagre dello gnocco fritto, di maratone dello shopping natalizio, di morse del caldo e del freddo, di cagnetti delle star, di vezzi della Reale Famiglia britannica. E, all’occorrenza, di facce contrite e pseudo commosse, a buoi scappati.

No. Secondo il Garolfo un’informazione siffatta l’Italia non la merita, oltre a non potersela più permettere. Altrimenti, tanto vale, la deriva. Illuminata dai vividi colori di un bel monoscopio.

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Picsel.

L’età consente al Garolfo di recuperare i ricordi di infanzia legati  quella vecchia scatola in simil legno con i bottoni cromati. Vieppiù accompagnata (sotto il carrellino a rotelle con il ripiano di vetro e la tovaglietta di ricamo bianco), da quel corposo parallelepipedo grigio con lucetta rossa, dal nome così difficile per un bambino: “stabilizzatore“. Era una scatola magica. Non in sé. Ma perchè erano magici i contenuti che diffondeva. Persone in sfumature di grigio che parlavano ad altre persone,  a colori, sedute sulle sedie del bar. Raccontando loro l’Italia che era e che sarebbe venuta, erudendole, liberandole da una delle pene detentive più crudeli a cui può essere sottoposto un Popolo. La non conoscenza. Di quella scatola, nella forma e, soprattutto, nei contenuti, è rimasto solo del percolato. A colori certo. Ma pur sempre percolato. Che si manifesta in forma di televendita. Le cui pentole con fondo smaltato e mountain bike col cambio Shimano si pagano con la carta di credito. O le cui non notizie si pagano ad ancor più caro prezzo: con l’estinzione delle menti critiche, curiose. Che esigono di sapere che c’è oltre il cortile di casa, dietro il sipario o quali cursori muove il lucista.

Dalla TV italiana (quella per tutti), è scomparso il Mondo. Come se oltre il Brennero o Lampedusa ci fossero le Colonne d’Ercole. E, con lui, gli avvenimenti. Quelli tragici e quelli belli. La fame, il razzismo, la guerra. Un bimbo che vede la luce, nonostante tutto. Il popolo di uno sperduto continente che si affranca dalla dittatura. Nulla. L’orizzonte è quello tristarello, monocorde, nebbioso, dell’Italia. Con i suoi  falsi miti dello spettacolo, che raggiungono la (pseudo) fama, senza possedere abilità alcuna. Con il Giuoco del Pallone, gonfiato di chiacchiere come un vecchio tacchino di estrogeni, affinché possa ancora risultare (un minimo) appetibile. Con la sua politica. Fatta di dichiarazioni, controdichiarazioni, misere beghe, alleanze di comodo, battaglie ed interessi di parte per risultati di parte.

Ecco. Al Garolfo piacerebbe molto che quella scatola tornasse a diffondere le parole e le immagini cristalline e sincere di una volta. In grado di far emergere gli italiani oltre i miasmi che ormai, da troppo tempo, respirano. Loro malgrado.

Ardiggiane.

Il Garolfo scruta la sinuosa signora aggirarsi per l’esercizio, cornetta colorata all’orecchio. Con spiccato accento romanesco, dialoga amabilmente con misteriosi perditempo all’altro capo del filo, proponendo prezzi più che dimezzati sui sofà dai nomi più fantasiosi. Tutt’intorno, crocchi di avventori di tutte le età, zompano come ranocchie (malanni ossei permettendo), da un canapé all’altro per testarne la loro mollezza, capacità e praticità. Ma il momento più alto si ha quando la Nostra pone, quasi con pudore, una mano sul ricevitore e pronuncia, con colpo di teatro, la frase più ad effetto dell’intero cortometraggio. L’occhio ammiccante guarda diritto dentro la macchina da presa per decantare le doti manuali  dei costruttori di orpelli d’arredo tra i più amati dagli Italiani. Ci siamo. Ecco. “ArdiggianiDddellaGgualidà”. Il Garolfo resta estasiato al cospetto di cotanta espressività attoriale, tanto da essere immediatamente còlto da irrefrenabile istinto emulatorio.

Ed ora studia, pure lui, da testimonial. Al mercato del pesce come ArdiggianoDdderBranzino, dal panettiere come ArdiggianoDddeelloSfiladino, dal gommista come  ArdiggianoDdderCoberdone, nel negozio di idraulica come ArdiggianoDdderDubo.

Volemose (bene).

Mamme al parco giochi, colleghi d’ufficio, automobilisti, cardinali, calciatori, massaie. Lo Stivale è tutta una baruffa, un distinguo, una scissione, un bisticcio, una briga. Giornalisti che lasciano una testata per fondarne una nuova. Dalla quale un manipolo di tipografi fonderanno un’attività in proprio; dalla quale nasceranno spin off per produrre una nuova stampante, le cui cartucce saranno riciclate da un dipendente licenzatosi per incompatibilità caratteriale. Nei partiti le correnti sono più forti e numerose di quelle oceaniche, così come nelle assemblee di condominio, nei conclavi, nei consigli pastorali, comunali, di classe e di amministrazione. E il Garolfo osserva come, per coerenza, i bisticci li si rinvenga pure nei cristalli liquidi della TV. Programmi nei quali vince il decibel più alto ed in cui grumi di improbabili attori scimmiottano i riti del tribunale civile o l’apertura di lettere in formato maxi. Perché le beghe originali non abbondano assai. E’ necessario sorbirsi pure quelle posticce, pagandole profumatamente nel bollettino del canone o bevendosi gli spot di Fiorello, Baldini e Ferilli. Oppure entrambi.

Cristalli mediatici.

Giornalisti infreddoliti tra cumuli di neve con il consueto presepe di presenzialisti alle spalle. Collegamenti in diretta con le centrali operative delle italiche Autostrade per diffondere notizie rassicuranti sulla pulizia delle nere striscie di bitume. Ondate, morse, gelo, fiocchi, paesi isolati, ordinanze, Protezione Civile, mezzi sgombraneve, maltempo, emergenza, Vigili del Fuoco, famiglie evacuate, rischio crolli, siberia italiana, scuole chiuse, soccorso, disagi per la circolazione, allerta meteo, mezzi pesanti, spargisale, morti. Certo, morti. Perchè i defunti forniscono un pizzico di pepe alle “niùs“.  Cittadini còlti da infarto mentre spalano la neve. Che probabilmente sarebbero morti uguale se il malore fosse sopravvenuto vangando l’orto o cambiando una gomma bucata. Al riguardo, i giornalisti nostrani si stanno interrogando se attribuire alla neve il tragico trapasso di una povera vecchina.  Morta di crepacuore per il dispiacere dopo aver bruciato nel forno la torta di mele preparata per la figlia, giunta un’ora dopo del previsto a causa del ritardo del marito,  intrattenutosi per strada a sorseggiare un grappino con un amico volontario, impegnato a raggiungere un paese vicino per sconguirare che restasse isolato in previsione delle forti bufere di neve. Per arricchire il dibattito a riguardo, il Garolfo è tentato di ricercare la voce “nesso di causalità” sul vestusto manuale di diritto penale.

Il tutto in attesa delle ben più abituali emergenze agostane. Condite con le più familiari immagini dei turisti che si abbevarano alle fontanelle romane e degli anziani che deambulano smanicati e malfermi in vie deserte con le borse della spesa o si procurano un pò di sollazzo utilizzando il giornale a mò di ventaglio.

Sapore Vero.

Gli sguardi dei musicanti misteriosamente al largo sopra una chiatta senza motore, tutti vestiti con il frac, si fanno sorpresi ed ebeti alla vista del motoscafo in radica con a bordo gli ormai conosciuti etilisti dell’Amaro, i quali, in spregio ai propri valori epatici, li portano in salvo con l’unico fine di scroccare la consueta doppia razione di bicchierini. Certo. Ne è passato di Amaro sotto i ponti dal cavallo morente con occhio spalancato che si drizza miracolosamente in piedi come un Lazzaro a quattro zampe dopo essersi fatto brutalmente spalancare le fauci da un veterinario che si asciuga il moccolo con il gomito.

Dalla fornitura dell’insostituibile (quanto misterioso) pezzo di ricambio nel deserto e dal recupero dell’Antico Vaso da una tendopoli popolata da un crocchio di perdigiorno. Tutte belle storie di vecchi ubriaconi che rischiano etilometro e brevetto dell’idrovolante per un mucchietto di cianfrusaglie.  Secondo il Garolfo, non è vieppiù peregrino il rischio che i Salvatori si tramutino, un dì,  in Salvati. Da qualche successore che recapiti loro, nel frigo da campeggio, un fegato tutto nuovo. Per mille altri festosi brindisi.

Sempreverdi.

Dopo qualche settimana da spettatore smarrito, il Garo ritorna. Ancora un poco frastornato dalla (sperabilmente temporanea) dipartita dal video del suo conduttore/eroe preferito. Un uomo di successo, buono per tutte le stagioni. Evergreen del tubo catodico e con il nome onomatopeico. Ed è certo. Se la Prima Azienda Culturale del Bel Paese ha qualche problemino di liquidità non può essere sicuramente colpa dei format di successo da Lui condotti. Ed al Garolfo pare che dal popolo degli abbonati si sollevi, unanime e gridata, una supplica: “Pino, ritorna. Il Canone ha un senso solo in presenza della tua chioma sale e pepe annegata nei pixel delle nostri apparecchi dalla luce blu”.

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P.S.

A Francesco.