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Volemose (bene).

Mamme al parco giochi, colleghi d’ufficio, automobilisti, cardinali, calciatori, massaie. Lo Stivale è tutta una baruffa, un distinguo, una scissione, un bisticcio, una briga. Giornalisti che lasciano una testata per fondarne una nuova. Dalla quale un manipolo di tipografi fonderanno un’attività in proprio; dalla quale nasceranno spin off per produrre una nuova stampante, le cui cartucce saranno riciclate da un dipendente licenzatosi per incompatibilità caratteriale. Nei partiti le correnti sono più forti e numerose di quelle oceaniche, così come nelle assemblee di condominio, nei conclavi, nei consigli pastorali, comunali, di classe e di amministrazione. E il Garolfo osserva come, per coerenza, i bisticci li si rinvenga pure nei cristalli liquidi della TV. Programmi nei quali vince il decibel più alto ed in cui grumi di improbabili attori scimmiottano i riti del tribunale civile o l’apertura di lettere in formato maxi. Perché le beghe originali non abbondano assai. E’ necessario sorbirsi pure quelle posticce, pagandole profumatamente nel bollettino del canone o bevendosi gli spot di Fiorello, Baldini e Ferilli. Oppure entrambi.

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Piccioni & Piattelli.

Il Garolfo osserva in TV il ragazzo minuto, biondo, parlare, interrompersi, singhiozzare, piangere. Rispondendo alle domande di un plotone di giornalisti che neppure il Presidente Obama. Il tutto dopo la confessione e le condanne del web, le prime paginone dei quotidiani ed i servizi al vetriolo dei tiggì, che per l’occasione accantonano l’emergenza caldo e le percentuali delle serrande alzate a dispetto dell estate. E pure dopo le dissociazioni della FIDAL (quella a cui non si nega mai l’obolo per partecipare alle garette podistiche), le condanne del CONI, della CIA, dell’INTERPOL, del Comitato dei Dopolavoro Ferroviari, dell’AEI (Associazione Erpetologi Italiani) e dell’ APITDQ  (Associazione Proctologi In Trattamento di Quiescenza). Pure il Codacons ha chiesto “analisi su tutti i campioni di urina dell’atleta in possesso delle società sportive”. Il Garo si attende che, in considerazione del prezzo di benzina e gasolio, i Paladini del Consumatore richiedano pure l’esame per la ricerca di carta moneta occulta nelle feci dei petrolieri. Il Nostro pensa altresì che non sarebbe corretto, per il Paese che tollera nani, mignotte, ruffiani, raccomandati, tangentari, semplici ladri, crocifissi strofinati ovunque, accettare questo ulteriore, fatale, tradimento.

Il Garolfo si chiede vieppiù perché l’atleta non abbia gridato al complotto, ai brogli, ad un golpe, all’intervento di entità trascendenti di probabile provenienza marziana. Come è d’uso uso tra i politici, “che la colpa è di chi tiene i conti” o tra i cugini calciatori o ciclisti, “che in ricevitoria ci si va solo per giocare i numeri di scarpe della nonna sognati al lotto” o “che sono risultato positivo al doping a causa delle caramelle alla maria della zia giamaicana“. Ma il Garo si risponde che con tutta probabilità il ragazzo biondo ha pensato ai Suoi, alla ragazza, agli amici, alla vocina interiore. E non se l’è sentita. Pur consapevole che se nel Bel Paese non si dispone di una robusta rete protettiva, la confessione di un tragico errore può risultare letale, come il proietto per un piccione od un piattello. Il Garolfo si augura che le lacrime cadano e scivolino via veloci, senza incontrare la selva del pelo sullo stomaco. Particolarmente rigoglioso (per converso), su chi vomita fino allo sfinimento le proprie verità in faccia alle telecamere. Senza pudore e contraddittorio alcuno.

Miasmi.

Il soggiorno in penombra, la tenda abbassata sul terrazzo, a cui si accede attraverso una porta dalla quale ciondolano e sbatacchiano sottili cinture di gomma colorata animate dalla calda brezza estiva. Dal cortile abbacinato dal sole si arrampicano le grida dei ragazzini, finalmente liberi di scorrazzare nel pascolo urbano. Ci sono pure il ventilatore a soffitto, il frigo americano, una avvenente ragazza caraibica con la pelle olivastra umida di rugiada che porge ammiccando una birra ghiacciata da mezzo.

Per il Garolfo, poco immaginaria e drammaticamente reale  è invece  la programmazione estiva della Tivvù dello Stato. Un giardinetto rigoglioso e fiorito di immagini in bianco e nero, reload, rewind, story, a grande richiesta, collection, magazine, Grandi Ritorni, Dadaumpe, Estati in diretta (nel timore che le Vite  siano ancora troppo appese ad un filo). Tutto è più fresco, leggero e già visto. Gli unici a non risentire della bella stagione sono i titoli del Tg1, per il quale l’anticiclone delle Azzorre staziona dalle nostre parti 365 giorni all’anno (con i suoi intrighi reali, matrimoni sott’acqua, Osservatòri di Milano, candide spiagge e cinghiali genovesi). Da qualche anno, finalmente, anche gli Alti Dirigenti della Prima Azienda Culturale del Paese hanno infatti capito che la Televisione Differenziata è il principale indice di sviluppo di un paese avanzato. Nell’incapacità di farsi largo nei cumuli di munnezza, si riciclano i programmi (da qualche parte si doveva pur cominciare). Nel Regno del Càtodo, i contenitori abbondano: ma non sono di plastica e men che meno di soli tre colori come i cugini cassonetti (azzurro, giallo, verde). Al contrario, possono essere disseminati a decine nei palinsensti: variopinti, profumati  e seducenti come pappagallini amazzonici. E come accade con quelli di plastica, qualche indigente (alla disperata ricerca di avanzi), vi può precipitare dentro. Con il rischio di ebbrezza da miasmo e ribaltamento tra le fameliche fauci dell’autocompattatore di turno.