Archivi tag: correre

Sbadigli.

garo_corsa

Il Garolfo assesta una pacchetta all’ordigno svegliante e, come un automa, si sradica dalla branda  per rovesciarsi addosso il mucchietto di straccetti accuratamente selezionati alla sera. Via. L’uscio che lo separa dall’universo mondo è ormai alle spalle e l’aria buia, nitida e graffiante lo ammanta come il celofan un bagaglio assicurato all’aeroporto o un cotechino sotto vuoto a capodanno. Le ultime stelle della notte ed una falce di luna bianca a dargli il ben arrivato. Superato il trauma dello scontro frontale con lo stato di veglia, pensa alla gran soddisfazione dell’inerpicarsi, nell’ora in cui i pipistelli cedono vento ai passeri, su per la collina. Ad incontrare l’umanità variegata che si replica ogni mattino nella sua pressoché costante stabilità. Il signore bardato come una mummia, la vecchina ricurva su sé stessa, cordiale e salutante nella sua voce rugosa, lo pseudo atleta che con falcata da gazzella abbaglia di catarinfrangenza. Oltre ad un vasto assortimento di canidi di varia razza, livrea, volume  ed età. Che conducono a passeggio padroni. Respiro ritmico ed anche un po’ ansimante; le suole che battono l’asfalto come un batticarne la sua braciola. Le goccioline di sudore che filtrano nel variopinto copricapo da elfo. Ai lati scorrono i primi fotogrammi del nuovo giorno. Fatti di case ancora assopite nelle quali si palesano, attraverso le prime, romantiche, misteriore ed intriganti luci in cucina,  avanguardie di vita cosciente. Il Garolfo pensa a come sia un privilegio calcare la crosta terrestre  ancora fredda di notte, correndo. Mentre, magari, altri simili avviano o concludono il dì in altri contesti di vita. L’appassionata medica del pronto soccorso che ha salvato l’ultima vita della notte, correndo, sbracciandosi e disperandosi lungo la sua fonda trincea.  La dolce, solare, ridanciana dama moretta che contempla l’alba dalla sua corriera, lanciata verso l’ufficio. Il panettiere che anela al letto sfidando l’ultima rosetta nel forno. E pensa, il Nostro,  sorridendo un po’, come questa sarà, comunque, un’ottima giornata.

A prescindere da come sarà.

La corsa de noartri.

 

GaroCorsa“Quanti chiometri? Niù Iorc?”. Generalmente queste, sono le due domande regine, quando al Garolfo capita di esordire con un  “faccio le maratone”. E allora, il Garo risponde che le maratone son tutte lunghe 42,195 chilometri e che no. “Niù Iorc non ancora, e che forse mai sarà”. Ma all’estero si, la gran parte. Nulla contro il Bel Paese, s’intende. Ma varcati i confini nazionali, al Nostro, correre piace di più. Per una serie di ragioni che, per non annoiare, riassume essenzialmente in due.

  1. La burocrazia. In Italia è richiesto il certificato medico. Per il Garolfo trattasi di finto uelfer (o uelfer ipocrita). Nel senso che, più che sull’obbligo della visita medica, sarebbe necessario puntare  sulla cultura del benessere individuale: “So che la maratona comporta uno stress fisico notevole, sarò quindi io a decidere se, e soprattutto quando, sottopormi a controllo medico”. A tal riguardo, risulterebbe semplice una valutazione sull’efficacia dell’obbligo normativo nostrano. Prendo due maratone con il medesimo numero di iscritti. Firenze e Monaco di Baviera, ad esempio. Per partecipare alla prima serve il certificato medico di attività agonistica, per partecipare alla seconda, manco per idea. Vado sul sito, faccio click, pago, e l’iscrizione è fatta. Dunque, se il numero di “incidenti” in gara sarà il medesimo, allora se ne dedurrà che l’obbligo italico è utile solo perchè “anche i medici dello sport tengono famiglia”. In italia vige inoltre l’obbligo di iscrizione annuale ad una associazione sportiva. Come se una gara podistica possa essere vissuta appieno solo da chi coltiva l’associazionismo sportivo. Ecco che allora il Garolfo rivendica l’oblio podistico. Il diritto cioè di allenarsi e partecipare a gare come individuo in grado di scegiere, di volta in volta, con chi correre, in gara e fuori. Di associarsi, certo. Ma solo se lo desidera. Evitando così il pagamento di quote associative mal tollerate, che appaiono quindi come inutili ed onerosi balzelli destinati a foraggiare le Federazioni ed i loro dirigenti con tre pappagorgie, comodamente assisi dietro romane scrivanie in mogano.
  2. La cultura sportiva.  All’estero, una maratona, una mezza, una baby run, sono una festa. Abitanti trascinati in strada dall’irrefrenabile richiamo dell’evento. Muri di folla, musica, balli, striscioni d’incitamento, applausi dal primo all’ultimo concorrente. Quante volte il Garo, con cotal cornice, si è sentito un’atleta di grido nonostante fosse quasi l’ultimo tra gli ultimi. Nella penisola italica, regno incontrastato dell’Omus Autocentricus, tutto è invece più complicato (ad essere magnanimi). Automobilisti in preda a scimmie che si attaccano al clacson sbattendo irati le mani sul volante. Perchè la strada è chiusa per un paio d’ore e lo spezzatino domenicale della suocera si fredda. Nella migliore delle ipotesi, poi, si corre in un deserto  urbano ammantato d’un silenzio di indolente indifferenza che rasenta il fastidio. Perchè l’italico medio è uno sportivo da divano e televisore.  Che ignora, per lo più, le gioie, le passioni, le fatiche, dello sport “sudato”.

Al Garo spiace quindi constatarlo. Ma l’Italia non è (ancora) la patria del correre gioioso e spensierato.

Albe.

Il Garolfo assesta una pacchetta alla sveglia, si sgranchisce la mandibola, si veste di tutto punto con la divisa preferita, gettandosi senza indugio nel fresco dell’alba. All’incrocio, attende il resto della truppa GaroRun. Dopo qualche chilometro, le staccionate di legno, ammantate di bianco, prendono a segnare il confine della lingua di terra che scorre sotto i piedi. Mano a mano che i Nostri incedono, i lásciti del genere umano sul territorio si fanno via via più flebili. I veri padroni della crosta tornano ad essere larici, noccioli, faggi, abeti. E le foglie, soprattutto. Di ogni colore, forma dimensione, rumore. Che coprono le readici, i ciotoli, la terra umida. Gocce di sudore cominciano a formarsi sulle tempie, celate ed assorbite dal cappellino nero. Quattro pennacchi di vapore acqueo sbuffano all’unisono ed a ritmo di respiro, lungo la mulattiera che si fa, via via, sentiero. L’aria chiara e muschiata capitola giù nei polmoni senza trovare resistenza di sorta, mentre la luce del primo sole filtra oltre il monte, lasciandosi affettare dai rami spogli. I polpacci bruciano di fatica. Cuore e cervello di gioia.