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Ritorni.

GaroSole

Il Garolfo scruta la dama adagiata sulla sdraio dal telaio nero e intrecciata di bucatini di plastica di colore blu elettrico. Come quelle di una volta. Treccia lunga e bionda, di bianco leggero vestita, testa inclinata su un lato e cappellino su quello opposto. Con un libro, chiuso, posato nei pressi, osserva la palla infuocata tuffrasi nell’orizzonte e disegnare sull’acqua, fino alla riva erbosa, un tiepido e tremolante sentiero di luce. Il Garo nota come pare bastare a sé stessa. E all’orizzonte che osserva. Nessuna ansia, nessuna traccia di smartfon, nessuna fretta di sacrificare l’istante sull’altare dell’io sono qua, dell’oggi io così. Il lieve dondolare abbandonato alla gravità del piede nudo, denota un’arte. Quella di saper stare in un luogo. Ed in quello soltanto. Esercitata da chi è arrivato con il corpo portando con sè pure la mente, l’anima. Da chi sa assaporare l’essenza di un panorama, di un odore, di un suono. Di un istante. Come fini a sé stessi, in maniera finemente egoista e non affetta dalla bulimia da condivisione tecnologica a tutti i costi. Che depaupera, annacqua, sottrae autenticità, intimità e segretezza.

Pedalando oltre, il Nostro lancia un ultimo sguardo a quella nuca, rivolgendo il pensiero ai lontani amici della graziosa fanciulla, che avranno il dono, a tempo debito (e solo a tempo debito), di godere di quei momenti per il tramite della sua voce. Oltre che di festeggiarla, riabbracciandola, al suo ritorno nella lontana città. Perché ogni ritorno presuppone una vera partenza. Foss’anche per un solo istante, per una sola sera. Per un sol tramonto.

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Busses.

Il Garolfo si accomoda disciplinato al proprio posto e prende ad annusare e guardarsi attorno. I sudditi di Sua Maestà salgono ordinatamente passando il titolo di viaggio sul lettore giallo, mostrando il biglietto all’autista oppure racimolando le monetine per acquistarne uno. Per i furbastri che pretendono di viaggiare a spese del prossimo, spazio alcuno. Tutti scivolano senza indugio lungo il corridoio o salgono la scala, facendosi fagocitare, in quest’ultimo caso, dal panoramico piano di sopra. Accomodàti, leggono il loro libro o armeggiano (le signore con fare spiccatamente delicato) sullo smartfon, incuranti delle folate di movimento che il tragitto e lo stile di guida portano con sé. Oppure scambiano un paio di parole, quasi sussurrate, con il vicino di posto. Il capostipite di un manipolo di turisti italici strizza l’occhio alla propria truppa quasi a voler dire: “mò vedete che ve faccio scenne dalla porta anteriore“. (“ghe pensi mi“, in pillole). Intendimento stroncato sul nascere da un cenno cortese, ma fermo, del conducente. Si scende dalla porta centrale, questa è la regola. In quanto tale, accettata con sgomento, sorpresa e rassegnazione dagli amici connazionali, il cui condottiero appare scornato come un vecchio camoscio durante la stagione degli amori.

Il Garo osserva come, a bordo dell’autobus rosso, dimori un ecosistema temporaneo e mutevole ordinato e variegato. Dal ragazzino con i pantaloncini corti e la sacca da atletica, alla mamma con passeggino e cuffietta, alla vetusta signora con capelli turchini, rossetto e bastone in mogano, al distinto quarantacinquenne dalla forma impeccabile, con valigetta che custodisce chissà quali vitali documenti per l’economia mondiale. La veduta, al di là del vetro, non è filtrata da sudiciume o rappresentazione artistica alcuna, tipici dei variopinti suk viaggianti della Repubblica Fondata sul Lavoro. In strada, un flusso di traffico vivace cadenza i minuti di viaggio. Punteggiato da molti autobus, moltissimi taxi, pochi mezzi privati (biciclette a parte), che si muovono su un tappeto bituminoso lindo. Al quale, le cacche di cane, le cartacce e i mozziconi di sigaretta, paiono sconosciuti. Ma questo potrebbe essere un ulteriore, affascinante argomento per tutt’altra storia.

Raggi.

Una lieve brezza preserale accarezza la fronte (alta) del Garolfo, che termina in un ergonomico caschetto di polistirolo blu e nero. A terra scorre una striscia di asfalto dipinta di rosso, impreziosita, di tanto in tanto, da un logo con due ruote unite tra loro da un telaio dai tratti essenziali. Il Nostro osserva come questa, negli ultimi mesi, sia particolarmente affollata di utenti dell’ultim’ora: gradevole effetto collaterale dell’Accisa monumentale. Nel cestino rimbalza, a corpo morto, il fido catenaccio con precise consegne di fermacarte di una cartelletta marrone, gelosa custode dei compiti a casa. Nella strada di fianco sfrecciano le solite scatolette di sardine, tra le quali ne spicca una gialla e bianca con spoiler, paraspruzzi e tendine Marylin che ribmbalza al ritmo subwooferunzi unzi“. Il lieve rumore tecnico della catena che serpeggia tra gli ingranaggi e quello degli pneumatici che scivolano via, sono la colonna sonora del viaggio, mentre il Sole e i suoi raggi cedono malvolentieri lo spazio al crepuscolo. Il Garo oltrepassa il ponte sul torrente pensando a come la seconda cosa più bella nella vita sia la mobilità ciclabile urbana. Al terzo ed al quarto posto, rispettivamente, il buon cibo ed una doccia calda dopo una corsa. Ed è già casa. Per questa sera, quasi un peccato.

Rotabili.

Giovani esseri umani con ciuffo sporgente, pelle movimentata e pantaloni a mezz’asta. Laptop sulle ginocchia, auricolare condiviso per spartirsi i suoni del lungometraggio. Una ragazza con i capelli lunghi che seguono le spalle ed un vistoso anello etnico al dito, osserva concentrata il proprio libro sollevando di tanto in tanto il capo per distendere lo sguardo. Ad ogni sosta il capotreno fuoriesce dalla cabina per avvicinarsi ed armeggiare alla porta con un chiavistello cistodito da un moschettone zincato. Mano a mano che il serpente metallico incede verso la destinazione finale, la sua pancia si svuota e diventano sempre più nitidi i rumori tecnici di funzionamento, non più coperti dal vocìo dei trasportati. Il Garolfo giace beato accanto al grande finestrino che lo separa da freddo, ombra e brina, che fagocitano, invece, un giovane corridore ben bardato. Che riesce a mantenere lo stesso ritmo del convoglio per qualche frazione di secondo, scomparendo poi tra i cristalli bianchi che avviluppano le ramaglie lungo il fiume. Il Nostro già immagina e pregusta il suo gaudio al termine della seduta, moltiplicati per almeno cento, mille volte da una doccia calda e rinvigorente.

Varcata la soglia automatica, si lascia riaccarezzare dai rigori del clima assieme a svariate decine di persone brulicanti per la stazione. In strada la ragazza del libro e dell’anello etnico si abbandona all’affettuoso abbraccio di un signore ed una signora di mezza età, che la baciano con un trasporto di atteso bentornato. Il Garo può così rituffarsi nell’ecosistema urbano, sazio e rinfrancato dal breve viaggio sul suo mezzo di trasporto preferito. Che probabilmente è tale solo perché, per fare il pendolare, usa la bici.

Sapore di.

Il Garolfo si gode lo iodio frammisto alla brezza serale e si prepara ad appropinquarsi al desco, gradevole e necesario rito della parentesi vacanzier-marina. Tutt’attorno, clienti italici e no, che si distinguono tra loro per le chiome (bionde e no) e per la quantità di strepiti, capricci e decibel emessi da bimbi e loro genitori (rigorosamente nostrani). Gli attempati vicini di tavolo, (ribattezzati George e Mildred), vomitano le proprie tossine maturate in un’ostile ambiente urbano, sui malcapitati camerieri.

Gli spaghetti sono Scotti (ovviamente, Mildred, non si riferisce all’azienda che del riso ha fatto il suo core business).
Tiramisu mezza porzione sennò se Lo riporta indietro.
Oggi niente dessert, sono al limite. Non so lui (riferendosi al marito. Ma forse, Lui, il limite lo ha raggiunto e pure superato…).
Queste sarde sono fuori misura.
Cortesemente lasci il pepe in tavola perchè noi lo usiamo sempre.
Se è minestrone deve essere minestrone e non deve avere la pasta.
In questa zuppa di pesce ci sono pochi crostini.
Un cappuccino nero senza schiuma (che per i comuni mortali si chiama caffè americano o caffelatte).

Il Garo ode, annota, ed abbozza un sorriso alla cameriera. Scommettendo sull’ordinario menù casalingo della caustica coppia. Lunedì: formaggino Tigre; martedì: idem; mercoledì: formaggino Susanna; giovedì: Philadelphia (light) con pane in cassetta; venerdì: pastina in brodo; sabato: pasta in bianco; domenica: riposo.

Perchè anche al Nostro, di tanto in tanto, piace vincere facile.

Campanili.

Il Garo ha ancora nelle ossa i postumi delle vacanze prepasquali e gli scossoni dell’auto su chilometri di strade. Nel cuore del ruvido Stivale. Ove il costante regresso del Pubblico a vantaggio del Privato si rappresenta con abbacinante evidenza per il mezzo dei Suv e delle Panda Young 750 che ispezionano democraticamente le buche e le crepe nell’asfalto; attraverso le ville con i sassi a vista ed il giardino all’inglese, incastonate in vie senza segnaletica ed illuminazione; attraverso i pannelli cromati per l’energia alternativa, che lungo il Bel Paese, oltre al petrolio, riescono ad essere alternativi pure alle colture di pregio ed alle verdi colline (un tempo) pettinate dal vento. Ma è pure l’Italia dei campanili, dei dialetti, degli accenti densi, delle buone pietanze. Dei borghi medievali fatti di mattoncini rossi, con le loro vie gravate da una forte carica di personalità, affogati (come un’amarena su una Saint Honorè), in colline che decliviano verso il mare blu. E delle persone che la abitano. Splendide, generose, cosmicamente fataliste, con tanta voglia di vivere e stanchezza professionale sulle spalle, indotta dal “chifachecosa, questo sconosciuto“. Certo. Mancano all’appello solamente la malavita, la pizza e il mandolino. Ma il Garolfo invita i lettori ad essere fiduciosi. Giusto per il tempo della pubblicazione di qualche prossimo scritto.

Buona PasquaConChiVuoi!

Itali.

Breve vacanza (1). “Signora, sulla TV nella mia stanza non si vede Canale Cinque. Sa, è l’unico canale che guardo. Eppoi il menù dell’apparecchio non è in lingua italiana, non si può rimediare?”

Breve vacanza (2). “Mi scusi, non ci sono i cornètti?” “No, guardi, ci sono  la torta fatta in casa con il grano saraceno e la marmellata di mirtilli, le mele di produzione locale, il pane appena sfornato, la frittatina fatta all’istante oppure la crèpe con la Nutella ancora calda di piastra…”. “Ma proprio, cornètti no eh?”.

Il Garolfo osserva Italo, turista canuto di mezza età, che scruta la cameriera con un aria che pare essere un misto tra disgusto e stupore. Non ce la fa. Si sente in dovere di fare qualcosa per alleviare il forte disagio psichico dell’ospite. E prende una decisione.  Estrema quanto (il Nostro crede) saggia. Decide di rinunciare all’escursione mattutina con le ciaspole per fare un salto nel piccolo bazar del paese, recando ben salda nella zampetta destra la lista della spesa. Due litri di Brodo Pronto Star, Quattro Salti in Padella come se piovesse, Pasta Ai Quattro Formaggi Buitoni,  verdura avvolta nel cellophane disinfettata, sterilizzata e asettica, un Pollo Al Saccoccio. Per dessert, Viennetta, tre porzioni di Grand Soleil e un Panettone Motta (in saldo). Ah, si. Senza dimenticare uno scatolone di cornetti (pardòn, cornètti), surgelati. Da far scivolare nel forno al momento giusto. Il Garo ne è convinto. In questo modo il connazionale in vacanza, oltre alla mente, avrà pure la libidinosa sensazione del proprio corpo, ben saldi nella città di origine. Così. Per evitare deleteri traumi al suo rientro. Con buona pace per la sua igiene mentale e per i denari spesi alla pompa di benzina (ed alla cassa dell’albergo).