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Raggi.

Una lieve brezza preserale accarezza la fronte (alta) del Garolfo, che termina in un ergonomico caschetto di polistirolo blu e nero. A terra scorre una striscia di asfalto dipinta di rosso, impreziosita, di tanto in tanto, da un logo con due ruote unite tra loro da un telaio dai tratti essenziali. Il Nostro osserva come questa, negli ultimi mesi, sia particolarmente affollata di utenti dell’ultim’ora: gradevole effetto collaterale dell’Accisa monumentale. Nel cestino rimbalza, a corpo morto, il fido catenaccio con precise consegne di fermacarte di una cartelletta marrone, gelosa custode dei compiti a casa. Nella strada di fianco sfrecciano le solite scatolette di sardine, tra le quali ne spicca una gialla e bianca con spoiler, paraspruzzi e tendine Marylin che ribmbalza al ritmo subwooferunzi unzi“. Il lieve rumore tecnico della catena che serpeggia tra gli ingranaggi e quello degli pneumatici che scivolano via, sono la colonna sonora del viaggio, mentre il Sole e i suoi raggi cedono malvolentieri lo spazio al crepuscolo. Il Garo oltrepassa il ponte sul torrente pensando a come la seconda cosa più bella nella vita sia la mobilità ciclabile urbana. Al terzo ed al quarto posto, rispettivamente, il buon cibo ed una doccia calda dopo una corsa. Ed è già casa. Per questa sera, quasi un peccato.

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Rotabili.

Giovani esseri umani con ciuffo sporgente, pelle movimentata e pantaloni a mezz’asta. Laptop sulle ginocchia, auricolare condiviso per spartirsi i suoni del lungometraggio. Una ragazza con i capelli lunghi che seguono le spalle ed un vistoso anello etnico al dito, osserva concentrata il proprio libro sollevando di tanto in tanto il capo per distendere lo sguardo. Ad ogni sosta il capotreno fuoriesce dalla cabina per avvicinarsi ed armeggiare alla porta con un chiavistello cistodito da un moschettone zincato. Mano a mano che il serpente metallico incede verso la destinazione finale, la sua pancia si svuota e diventano sempre più nitidi i rumori tecnici di funzionamento, non più coperti dal vocìo dei trasportati. Il Garolfo giace beato accanto al grande finestrino che lo separa da freddo, ombra e brina, che fagocitano, invece, un giovane corridore ben bardato. Che riesce a mantenere lo stesso ritmo del convoglio per qualche frazione di secondo, scomparendo poi tra i cristalli bianchi che avviluppano le ramaglie lungo il fiume. Il Nostro già immagina e pregusta il suo gaudio al termine della seduta, moltiplicati per almeno cento, mille volte da una doccia calda e rinvigorente.

Varcata la soglia automatica, si lascia riaccarezzare dai rigori del clima assieme a svariate decine di persone brulicanti per la stazione. In strada la ragazza del libro e dell’anello etnico si abbandona all’affettuoso abbraccio di un signore ed una signora di mezza età, che la baciano con un trasporto di atteso bentornato. Il Garo può così rituffarsi nell’ecosistema urbano, sazio e rinfrancato dal breve viaggio sul suo mezzo di trasporto preferito. Che probabilmente è tale solo perché, per fare il pendolare, usa la bici.

Ponchi.

Anche per questa giornata, chi si occupa di prevedere gli eventi meteorologici ha svolto a modino la propria professione. Terminate le spiccie procedure post-risveglio, il Nostro calza i pantaloni impermeabili (quelli con le bretelle di elastico e le zip ai lato), oltre al suo poncho color rossosegnaledistop. Adagia il suo marmoreo (si fa per dire) posteriore sulla sella nera di similpelle consumata (che fornisce il segnale di ricevuto emettendo il suo inconfondibile scricchiolìo). Neppure il tempo di varcare la soglia del portone che già il picchiettare della pioggia si palesa insistente. Uno sguardo attraverso il lembo trasparente del cappuccio (quello specifico per la visione laterale) e via. Un tuffo nell’umido paesaggio urbano, reso lucido dai riflessi deformati delle luci pubbliche ancora accese. Gocce non troppo discrete fanno capolino sul nasetto (anche in questo caso, si fa per dire) del nostro ed un laghetto formatosi nelle sintetiche, impermeabili, rubiconde maglie è disperso in un blitz con un colpo di zampetta. Come di prassi, le condizioni meteo avverse rendono la ciclabile desolatamente (ma pure piacevolmente) poco affollata. I freni scivolano sui dischi un po più del solito, anche perchè il Garolfo deve trovare il tempo per una rapida messa a punto; a loro volta gli pneumatici scivolano sull’asfalto rosso  e su qualche macchione giallorosso di fogliame aderente. Il Garo pensa che inforcare la due ruote con la pioggia battente elevi il rango del ciclista al limine dell’eroismo e ne attribuisca l’appartenenza ad un gruppo di superuomini (e superdonne), dotati di poteri extra-ordinari. Dopo aver salutato un paio di veloci compagni di avventura, fa purtroppo già ingresso nell’androne aziendale. All’orizzonte, un posticino all’asciutto per la fidata ronzina metallica e un altrettanto postocino all’asciutto pure per il suo proprieario. Nonostante il fatto che, l’itinere, non sia stato per nulla male. Il Garolfo, una decina di minuti dopo, attraverso il lucernario scorge un bel colore grigio intenso (simil Topo di Londra), sfuocato dalla pioggia che indugia sul vetro. E pensa che il sole, per quanto lo riguarda, oggi se ne può placidamente stare a riposo. Per tutto il dì.

Induzioni.

Il Garolfo deve adottare una decisione estrema. Sbarazzarsi dell’orpello più inutile ed inaffidabile issato sulla sua due ruote senza motore. Rumoroso, faticoso, fastidiosamente idrosensibile. La sua ghiera è perennemente consumata e neppure il piccolo cappuccio nero d’emergenza per aumentarne il grip, può lenire i patimenti da lui causati (oltre ai medio lunghi tratti percorsi nelle tenebre). Il Nostro è (solo) sfiorato dall’idea di rimpiazzare il piccolo generatore di elettricità con un paio di lucine a batteria. Pensa altresì che sarebbe una vera assurdità disperdere così tanti watt di energia muscolare, contribuendo al contempo all’inquinamento globale da mercurio e cadmio. Il Cagnolino Nero Tignoso ripensa allora alla recente gitarella (agonistica) in terra danese. Accende il fido Mac e prende a cercare vorticosamente tra i flutti della rete, ricordando i biondi cittadini sfrecciare ad ogni ora sulle ampie piste ciclabili, con mezzi a catena di qualunque tipo, dimensione e con qualunque numero di ruote. Un paio di decine di minuti di ricerca ed ecco gli agognati oggetti della ricerca.  Induzione elettrica e flash luminosi: questi sconosciuti in terra italica. A breve in zona Garo.