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Ventidue.

Il Garolfo, dopo aver brindato in compagnia di Morfeo, decide di andare a prendersi un po’ di gioia. Opta per la giornata di oblio montana. Levata di buon’ora, freddo e buio che cedono il passo ad una temperatura quasi primaverile e ad un sole che rompe il blu del cielo, solcato da qualche timido aeroplano al quale, il Nostro, rivolge il suo ricorrente “Ehi. Lassù”. E poi ci sono i larici spogli, quel venticello che soffia solo oltre le selle, la neve polverosa e battuta che fruscia sotto gli scarponi, muniti di aculei per l’occasione. La fiaschetta che riempie di leggera ebbrezza alcoolica le frequenti soste, il bivacco con il quadernetto colorato per i pensieri dei camminatori. Non molti, per quanto. Ma che “salutano sempre” (come accade alle povere vittime di cronaca nera raccontate dai giornalisti nostrani).

Sulla via del ritorno il Garolfo si imbatte in due giovani ragazzi. Camminano sulle loro ciaspole a qualche metro di distanza. Non si parlano e lui è serio. Arrivano al passo. Si fermano. Lui, testa bassa, disegna, con le racchette, misteriose figure sulla neve. Lei lo guarda. Lui non parla. Lei giace in piedi con gli occhi un po’ lustri e le braccia abbandonate lungo il corpo esile. Lui bofonchia qualcosa all’indirizzo della neve. Poi parla lei, all’orizzonte montuoso. Poi silenzio, ancora. Ecco. Ci siamo. Un amore finisce. Poi il Garolfo si ricorda la data e si convince che no. Non può finire un amore oggi. Perchè, pensa il Garo, in realtà quell’amore non è finito oggi, ma ieri, l’altro ieri o addirittura un mese o due fa. Ma loro se ne accorgono solo oggi. La forma è oggi, ma la sostanza, no. Oppure. Non è per nulla finito, quell’amore. E la situazione appare così articolata, drammatica ed irreparabile solo perché lui stamattina si è dimenticato di versare i croccantini al gatto di lei, che poi succede che quando è affamato si arrampica sulle tende. E quindi si ameranno per sempre. O, almeno, per i prossimi 364 giorni e mezzo.

Quindi, ragazzi miei, suvvia. Fate a modino. E’ una splendida giornata. Datevi un bacio, bevetevi una birra fresca e mangiatervi una fettona di strudel giù alla malga e poi andate a casa a riscaldarvi facendo all’amore. Che noi grandi, in questo ventidue, stiamo riponendo più di una aspettativa e non possiamo mica partire col piede sbagliato fin dalle prime ore. Intesi?

Regine.

GaroPigna

Il Garolfo, assicurando ai piedi i fidi scarponi, intravede il sole sorgere sul limite del monte. Oltre due larici, vicini tra loro ma non troppo, che si osservano, amicali e diffidenti, dai lati della strada. E si chiede chi abbia mai detto, scritto o pensato, che le albe del mare siano le più belle. Quindi incede, di buon passo, allontanandosi sempre più dal livello di quel mare. Un signore con stivaloni verdi ed una tuta blu da metalmeccanico, fischiando, spinge vacche fuori da uno stallone dal tetto in scandole, aiutato da un canide in bianco e nero che si industria a direzionare le bestie tenendole unite, guaendo deciso e mordicchiando le loro caviglie. Solo una, incurante degli esseri viventi a due e quattro zampe, si infila nel boschetto sul lato opposto. Senza dare, ma solo apparentemente, nell’occhio. Col suo fare pervicace, ribelle e mansueto, si è guadagnata un oblio stagionale d’alpeggio. Una noncuranza vigile e controllata. Un quieto vivere ruminante. La libertà dei saggi. Ecco, pensa il Garo. Dopo la mosca bianca e la pecora nera, c’è lei. La pezzata rossa. La salita si fa ripida, la strada bianca sempre più bruna e meno bianca. E larga. Dopo un ponticello di legno, ricompare Lei. Dopo anni, lustri, decenni. Come una donna bella fuori e dentro. Che non invecchia mai. Legno scuro bruciato da sole ed intemperie. Tetto a due falde. Titolo nobiliare scritto a rami sulla facciata. Placidamente adagiata nel bosco più fitto. Ed il pensiero del Garolfo vola fino a quando, da ragazzi, ci si accorse che si poteva bere la birra a fiumi sui muretti del paese, anche senza portarla su in spalla, alla sera, per raggiungere Lei. Vola fino a quando la poesia finì. Ma il sentiero non concede tregua, neppure per i flescbec. Sale, cattivo, indomito e noncurante. Radice dopo radice, pietra dopo pietra. Filo d’erba dopo filo d’erba. Che fa il solletico alle gambe nude e le bagna con la pioggia della sera prima. Il sole prende ad inondare i monti  che par si stringano attorno al Nostro come una corona d’oro attorno ad un regal capo. Abeti e larici cominciano a lasciare strada, ai loro simili più bassi, umili e raccolti. Il suono lontano di qualche campanaccio si mescola debolmente al rumore silenzioso e piano dell’acqua che accarezza il letto di terra e avvolge sassi tondi e muschiosi. Poi, il silenzio. Passi, respiro, un debole vento che pettina erba e cespugli. Passi e respiro. Ancora. Qualche volatile di forma e piumaggio sconosciuti. Quindi pietre. Grigie, nere, rossastre. Enormi e minute. Tonde o appuntite. Tozze od ossute. Stabili o ballerine. Accoglienti od inospitali. Prima pucciate in un manto verde come le amarene nel gelato amarena. Quindi sole, stipate le une accanto alle altre. Le suole le suonano, facendole cozzare. Le mordono, aiutate da vista, palmi e dita. Eccola, la punta. Pare là. A dieci, sette, quattro passi. E invece no. A dieci, quaranta, cento e più. Ma il Garolfo và un pochino più veloce di lei. Poche nuvole. Monti, valli, monti, valli. A perdita d’occhio. Il sole, ora alto, bada a tutto. Il Garolfo adagia lo zaino. Più su, solo cielo. E allora respira e osserva. Felice. Di una felicità pacata, senza picchi. Quasi a non volerla consumare tutta. Che solo le cose semplici, così straordinarie, sanno donare.

Prema cancelletto.

cancelletto

Il Garolfo legge incuriosito giornaletti e sitarelli pappagallo della politica in voga, realizzando come siano  diventati tanto fescion e trendi aggregazioni, fusioni, amalgame, mescolanze, inglobamenti, riunioni, accorpamenti. Di banche, aziende, Comuni, associazioni coreutiche, scuole, circoli anziani e dopolavori ferroviari. Che la spesa, anche pubblica, lungi da noi perchè è spreco. Tutto è all’insegna di risparmi, parsimonie, economie, oculatezze, spending reviù, ricerca spasmodica di misteriose masse critiche. Perchè grande, possibilmente nazionale, internazionale, mondiale e ipergalattico, è bello e risparmioso. Il Garolfo si prefigura così il Mondo dei Giganti lou cost, dove agli sportelli ci saranno macchine, che “quelle costano tanto meno dei cristiani”. Dove i furti sulle bollette domiciliate, perpetrati da aziende elefantiache, si chiameranno “anomalie di fatturazione” e potranno essere reclamati dopo aver sbattuto la capoccia su insormontabili muri di caucciù, tenuti ben eretti a suon di “completi il nostro form sul sito”, “apra un tichet onlain”, “prema uno, prema quattro, prema cancelletto e parli con un nostro operatore”. Il quale, con frasi standard da povero pollo in batteria ipercondite di “in cosa posso servirLA“, “certo, signor Garolfo, Lei ha ragione, ma”, “mi dispiace signor Garolfo, la procedura va in automatico”, darà le consuete informazioni vaghe, contraddittorie, omertose, dolosamente sibilline. Sbatacchiando il povero cristo di turno dall’operatore EA226AR all’operatore AS124MR.

Il tutto con buona pace dei territori, del particolare, del peculiare, del piccolo, agile, sociale e di prossimità. Dove le persone si incontrano, si parlano, si confrontano, si capiscono. E, magari, si strigono la mano. Bevendosi, assieme, un caffè.

AstroSami.

AstroSami

Il Garolfo vola con l’intelletto tra gli astri. E pensa a quanto terreni, e poco astrali, siano gli italici racconti di una “nostra” dama che è volata fin lassù, ai confini del mondo. Nelle reti ammiraglie del Servizio Pubblico Televisivo, sempre pronte ad officiare le tristi liturgie dei tolc sciò, ad ospitare morbose cronache di delitti e ficscion con la tonaca, il lancio scompare. Riguarda solo gli americani, i russi e, forse, le stelle. Come se quella donna dal sorriso brillante e vivace, nulla avesse a che vedere (e, forse, così è), con la melassa dolciastra che ricopre lo Stivale. Come se la tenacia, la determinazione, la fatica, la costanza, il sacrificio, il sonno, il jet leg, fossero cose secondarie, poco, importanti, avulse dal nostro essere italici. Non meritevoli di una prima serata.

L’americano (l’astronauta, N.d.R.) faceva una cosa disgustosa. Staccava i pezzi di piadina e li prendeva al volo, faceva il buffone (…), lo scemo. Samantha non è sposata. E’ solo fidanzata con un ingegnere aerospaziale francese. Cara Samantha. Tu hai sette mesi di solitudine. Se vuoi fidanzarti con uno dei due che stanno con te, lo puoi fare. Non con lo scemo che si mangia la piadina, ma con l’altro.

Rai Radio Due, CaterpillarAM 24 novembre 2014.

Da noi, conta chi è fidanzato di chi, e magari, per chi già è fidanzato, conta se si fa o meno un altro. Da noi conta se si mangia la piadina e come la si mangia. E se non la si mangia come si deve, pure in assenza di gravità,  si è scemi e buffoni. Magari plurilaureati, pluridecorati e con un curriculum da mazzo tanto. Ma pur sempre scemi e buffoni. Da noi è normale pensare che se una donna (o un uomo) convive per lavoro con altri uomini (o donne) per più di tre giorni, il suo fine ultimo diventi quello di infilarsi sotto le coltri con qualcuno di loro. E chissenefrega del fidanzato, del marito, della missione, degli esperimenti. Il Garolfo pensa a come (almeno) la tivvù e la radio pubbliche, certi accadimenti, li dovrebbero raccontare con dovizia di particolari scientifici, maneggiandoli al contempo con estrema cura, delicatezza e riguardo. Con rispetto sacrale. Come si trattasse di vacche, in India. Per elevarci, renderci (più) attenti, istruiti, rispettosi.  E consapevoli del fatto che i sogni, da soli, non s’avverano. Come questa gran donna, cresciuta tra i monti, c’insegna.