Archivi del mese: marzo 2008

Pollice verso.

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Il Garo è seriamente preoccupato per la sorte delle sue vacanze estive itineranti. E’ da qualche tempo che gli accade un fatto alquanto singolare. Quando chiama gli amici con il suo marchingegno telefonico mobile e questi hanno di meglio da fare, è costretto a mettere a dura prova le articolazioni del proprio pollicione. Pigia, pigia e ripigia il tasto con la cornetta rossa per battere sul tempo la consueta, monocorde, voce femminile registrata che lo mette in guardia, ma nulla da fare. Si tratta di una lotta impari. “Lei è collegato con la segreteria telefonica“. Nulla quaestio. Avvertito è stato avvertito. E pensare che ha sperimentato le brezza del credito al consumo per sostituire la sua vituperata, vecchia, cabina telefonica con un fiammante, ergonomico, ultra slim, apparecchio all’ultimo grido. “Mah -sospira il Nostro- si tratterà di una partita di pulsantinicornettaarossa insensibile al padrone e con un debole per il celebre scatto alla risposta“.

Il problema, tuttavia, non è di secondaria importanza. Narciso com’è, il Garolfo, si vergogna a praticare l’amato autostop con il ditone fasciato. Pazienza. Per l’estate prossima ventura niente viaggi in auto a scrocco ma una bella all inclusive a Sharm. All’insegna del tutto ok…

Liberi.

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Il “Garo” osserva, non senza un malcelato moto di invidia, Ilaria Velina e Francesco Pedata, raggianti ed ebbri di libertà. La prima scaglia (ignara del bendiddio che sta gettando alle ortiche), torte alla panna su un muro, si suppone per farsi beffe del vicino di casa. Il secondo, con sguardo lucido, presente ed acuto, conduce un trattorino per “pareggiar l’erbe”, riparato da un elegante cappello a falde larghe. Pure il “Garo” vuole il suo Mulino Bianco e per questo si palesa risoluto nell’abbandonare lo stato di prigionia in cui versa. Ingolosito dal quadretto bucolico, si invola verso il negozio dalla lacrimuccia rossa con il fine ultimo di liberarsi da ogni forma di vincolo alla libertà espressivo – vocale. Una gentile ed ammiccante signorina lo accoglie in tailleur come se lo stesse attendendo dall’eternità. Lo fa accomodare su una avvolgente poltrona in pelle (rossa come la lacrimuccia) e prende a decantare i mirabolanti effetti terapeutici di tale stato di autonomia essenzialmente sentito come diritto. Il Nostro la osserva in volto e scorge i primi sintomi di apnea da eccessiva sollecitazione di corde vocali. D’un tratto è illuminato dal ricordo di un adagio che gli ripeteva sovente la sua nonna (prima di involarsi verso le stelle), con sguardo fiero, sincero e bonario. -Ricorda, mio “Garo”, che la libertà non ha prezzo– . Pensa, vieppiù, che dal tempo delle gite domenicali con i pantaloncini a zampetta è trascorso ormai qualche lustro. Chiede timidamente alcune informazioni alla interlocutrice la quale, un poco spazientita, taglia corto giocandosi il jolly dei terminali bloccati.

Il protagonista ha le idee più confuse di prima. Non è riuscito a capire uno se la libertà proposta abbia un costo e, due, in caso di risposta positiva al quesito uno, a quanto ammonti questo costo. Sconsolato, si prefigura il mulino del suo Mulino Bianco arrancare per mancanza d’acqua. Qualche calcinaccio si stacca dalla parete immacolata. Il camino cessa di fumare ed il fido custode se ne va a causa di una vertenza sindacale. Il giardiniere addenta noncurante un artra sarciccia e il grano dorato tutt’intorno è reso inservibile da un trattorino taglia erba fuori controllo. Si sradica così di scatto dalla poltroncina rossa, saluta con rancoroso distacco missvendotuttoio e varca l’uscio. Respira la salubre aria della via, pensando che in fondo poco importa se avrà ancora l’illusione ottica di vedere il sole a scacchi. Si consola tuffandosi nel suk cittadino, dove le zucchine, le carote, i cavolfiori, gli scolapasta, le mutande di cotone e le canottiere a costine hanno un prezzo preciso. Magari alto, ma ce l’hanno. Eppoi, niente scatti alla consegna della merce. Neppure in caso di commercianti atletici.