Archivi del mese: febbraio 2008

Picchi.

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Il Garolfo si chiude la portiera del ranocchio alle spalle e si inerpica lasciandosi alle spalle la Civiltà, china sulla propria giornata lavorativa. La neve crocchia asciutta e ghiacciata sotto le racchette; i raggi sgomitano tra i rami di alberi sempre più radi. Nuvole in quantità pari al numero di piani tariffari convenienti nella telefonia mobile. Caviglie che bruciano piacevolmente di fatica. Nel fagotto la solita arancia ed il solito panino. Un quotidiano come antidoto (estrema ratio) alla astinenza da caos cosmico. Il sudore è implacabilmente catturato dalla maglietta tecnica aderente, quella con la tartaruga (solo dipinta), che nonpareneppuredifarefatica. Una sosta: “no, dopo quella roccia”. Una pausa: “no, dopo l’arbusto”. Una rapido pit stop: “no, dopo il cartello segnaletico bianco rosso e nero”. Time out: questa volta non c’è scampo. Solo perché il Garo ha raggiunto la cima; e perché i il tè ustionante e poco dolce trangugiato lungo la salita, da qualche parte deve pure andare a finire. Stato dei luoghi: trecentosessanta gradi di cielo e monti come pandori con lo zucchero a velo sopra. Solo qualcuno in più del tè. Presenze umane: non segnalate. Sensazione prevalente: vantare il diritto di proprietà sul Globo. Il Nostro pensa, sorridendo, al primo bacio e alla prima volta. Nulla di paragonabile. Per i successivi, forse, si può discutere. Due passi oltre, non prima di aver studiato una ad una le freccette metalliche con i nomi delle cime, delle valli, dei laghi, un must di etica montana:“Please bring your garbages back down”. E accanto:“Si avvisano gli alpinisti che il rifugio rimane aperto tutti i giorni festivi e prefestivi escluso il mese di novembre. Il gestore Roberto ciao ciao”. Il Garolfo ringrazia intimamente il Roberto: no Gestore, no People. Il tributo all’assenza si fa meno convinto alla lettura del cartello appiccicato sulla porta bianca e blu, indubitabilmente chiusa. “Le grappe del Roberto. Pernottamento. Ristoro. Polenta e musica. Panini imbottiti. Piatto freddo malga. Weissbier. Brulè alla mela. Tè. Caffèlatte“. Per oggi l’imperativo è quello di accontentarsi di un sole e di una neve memorabili e del panino (con retrogusto di arancia). Che non è poco. Nonché di una comoda sedia a sdraio gentilmente resa disponibile da Roberto, a sua insaputa.

Anche questa volta il Garolfo, al rientro, distilla i consueti pensieri. Uno: quanto il sentiero sembri più lungo in discesa e (due) quanti voti in più avrebbe potuto accaparrarsi nei compiti in classe di italiano se avesse fatto uso qualche volta di una locuzione conclusiva diversa dalla solita “stanchi ma felici facemmo ritorno a casa“. Il fido ranocchio si staglia all’orizzonte ormai bruno. La Civiltà attende avida il ritorno del figliuol prodigo. Stasera, però, niente vitelli grassi. Perché il colesterolo va tenuto sotto controllo: con una vita sana e, al più, con una fettina di tacchino ai ferri, con foglia di lattuga.

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Beppe.

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Al Garolfo pare di vivere da protagonistal’assalto del Fort Knox. Da dentro il Fort. Giuseppe è ovunque: omnipresente. Spunta tra gli spazzolini in bagno. Si affaccia tra le bustine dello zucchero al bar, durante la pausa caffè. Fa capolino tra le tovagliette di carta del ristorante self service. Le sue effigie sono disponibili come screen saver per il PC aziendale. Il suo nome fa vibrare quotidianamente gli altoparlanti della radio. Per non parlare della tivvù. In ogni telegiornale si parla di lui; le testate più sensibili ed accorte gli concedono pure un tributo nella sigla di inizio. Qualcuno del suo team è sempre convocato per dire la sua nei numerosi programmi di approfondimento giornalistico d’avanguardia, accanto ai soliti psicologi casual – trandy, ai criminologi specializzati in omicidi seriali, alle attrici il cui barometro della notorietà è in cerca degli ettopascal perduti.

Per fortuna è domenica inoltrata e le edizioni del primo pomeriggio sono un ricordo. Il Garo si dirige verso la Parrocchia per godersi fino in fondo il suo primo tempo di tranquillità, i propri meritati quarantacinque minuti di relax settimanale. Gioca la squadra di Giuseppe. Colori sociali: il bianco ed i neri. Paradossalmente, si tratta della tipica “squadra da trasferta”, ove dà il meglio di sè, in quanto gli avversari che cortesemente la ospitano, per cavalleria sportiva o per totale mancanza di capacità polmonare, cedono spesso e volentieri il passo. Il fato ha però voluto che la squadra di Beppe oggi giochi in casa. Lui non c’è ed al Garo, si sa, piace vincere facile.