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Verrà il giorno.

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Guida elegante-casual domenicale. Mano sinistra sul volante, mano destra leggera sul cambio. Il “Garo” tira verso di sè la levetta del tergiristallo: ronzìo a secco. Colpa del famoso forellino nel serbatoio del liquido detergente: poco male, acciacchi di vetustà. Fuori dalla scatoletta di latta verde è tutto un sonnecchiare. Le uniche cose in rapido movimento sono un paio di Suv che si annunciano lampeggiando già dallo spazio siderale come moderne stelle comete. Alla Radio di Stato un simpatico conduttore con accento spiccatamente emilano e la voce che ricorda vagamente un motorino di avviamento, intervista un perditempo che ha ripercorso, bontà sua, l’intero itinerario del buon Darwin qualche decennio dopo, annotando le differenze. Superata l’ultima collina, la grande pianura si staglia a perdita d’occhio. D’impovviso, dopo un paio di secondi di silenzio tragicamente premonitore, una voce severa e di castigo irrompe rauca e distorta dalle casse. Richiama al senso del dovere ed alla rettitudine, annuncia l’apocalisse come ineluttabile conseguenza degli umani comportamenti. Con tono paternalistico-consolatorio rammenta che la sofferenza e il patimento sono le uniche salvifiche vie di redenzione. Il Garolfo (e i suoi muscoli con lui) si contrae. Scorre idealmente in due secondi il proprio curriculum di perfetto peccatore. Inappuntabile. Via di scampo alcuna. Una mano per domare il volante non è più sufficiente; il respiro si fa affannoso, il pomo d’adamo si dibatte irrequieto, spunta luccicante sullo zigomo sinistro una gocciolina di sudore che piano piano si abbandona alla forza di gravità; la saliva è un ricordo. Lontano. Il cielo, tutto d’un tratto, si fa più scuro, e sono solo le dieci del mattino. Il Nostro pensa ad un improvviso golpe della fida autoradio che per così tanti anni aveva esaudito qualunque suo desiderio. Ma sul display si stagliano ancora nitide le indicazioni della Radio di Stato, Canale Secondo. Potrebbe allora trattarsi del primo caso di ricevitore radiofonico posseduto. Di una mutazione tecnologica dell’influenza dei polli. No! Il “Garo” si convince che non è possibile. Fissa l’apparecchio, guarda la strada, cerca disperatamente l’antenna che, ahimè, è sul tetto. Riaddocchia l’apparecchio con cipiglio fiero e aria di sfida, gli assesta due bottarelle. Asciuga di scatto la gocciolina, ricaccia su il pomo. No! Non è possibile. A ognuno il posto suo. A ciascuno i propri Megahertz! La voce severa si dissolve. All’orizzonte uno squarcio di sereno; il respiro riprende il proprio ritmo ordinario; il volante torna docile e tenero come un cucciolo di labrador. Le annunciatrici del Viaggiareinformati diffondono nuovamente i loro trasgressivi comunicati sul traffico.

“Senta, mi scusi! Secondo Lei, lo spettro radioelettrico è forse il paradigma di questa nostra malandata Repubblica”? Due occhioni grandi come la fame spuntano ebeti, stupiti ed interrogativi dal casotto in acciaio inox. “Non lo so. Diecieuroenovantagrazie”. La sbarra bianca e rossa si solleva sibilante. Il parabrezza, e moscerini su di esso, filtrano l’orizzonte industriale. Il motorino di avviamento torna rassicurante a tossire.

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