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Viateulada/66.

Il “Garo” riflette su quanto il destino possa apparire crudele ed alieno da ogni memoria. Insediato da tarli, cimici e topolini. Di tanto in tanto vede filtrare in lontananza una luce fioca e biancastra che proietta ombre di ragnatela sui muri pregni di umidità. Ode sovente un’eco di campanello; il frusciar devoto e deferente di mani ossequiose; le note, flebili, di colonna sonora da kolossal d’altri tempi. Solo, con i propri ricordi: di quanto fosse piacevolmente abbagliante la ribalta dei riflettori; gradevole la brezza a bordo del carrellino spinto dal Ciambellano al centro della scena. Ma la realtà è, ora, purtoppo, tutt’altra. Troppo nobile e distinto, al cospetto della proletaria Casa di Perugia, per anelare ad un restauro che doni nuova vita da protagonista. Troppo distante nel tempo la gioia di essere raffigurato sulle pagine patinate dei settimanali. Abbandonato come un derelitto nell’angolo di un buio scantinato al civico sessantasei. Accanto ad una sgangherata bicicletta da città e ad un vecchio scarpone che attende, come un nostalgico riservista, una chiamata che non avverrà mai più. Riposto a ridosso di un mestolo arrugginito che spera in una puntata dedicata alle virtù dietetiche della pasta e fagioli. Adagiato su di una scrivania in ciliegio ricoperta da due dita di polvere… perchè i contratti, si sa, ora si siglano con la firma elettronica. Il Garolfo è incondizionatamente e solidalmente partecipe alla sofferenza del pezzo di legno finemente lavorato: una lunga, onorata, luminosa carriera da Plastico scoperchiabile non può terminare in siffatta, repentina, tragica, umiliante maniera.