München Marathon 2009

Da qualche tempo il Garolfo meditava di cimentarsi in un’ impresa epico sportiva, quantomeno per mettere a frutto le decine di centinaia di chilometri percorsi, i centimetri di battistrada consumati, i metri quadrati di asfalto, erba, terra battuta, cacche di cane, calpestati. Dopo ampie ricerche, il  Cagnolino Nero Tignoso trae il dado. Destinazione Germania. Baviera. Monaco.

ANTE.

Il concerto di trilli che si ode nel vagone è indice che si è (finalmente) abbandonato l’italico suolo. Benvenuto! La tua tariffa per chiamare l’Italia e l’Europa è Erotariff. Chiami a (…). Il Nostro si affretta a spegnere il gingillo. Nessuna idea di chiamare la Patria, men che meno avvalendosi delle compagnie telefoniche nostrane.  Sbarco ferroviario  a München Pasing e, con il prezioso contributo orientativo della Garolfa, il Garo si infila nei sotterranei della pratica, pulita e ordinata U-Bahn per raggiungere l’alberghetto che fornirà la necessaria, cordiale ospitalità. Tempo di depositare l’essenziale bagaglio  e via, destinazione Olympiapark, per la punzonatura (termine di fantozziana memoria forse più adatto alle gare ciclistiche, ma che comunque rende l’idea). Dopo rapido consulto, Atleta e Personal Trainer optano per la  U1, con discesa alla haltstelle Gern. Molto volentieri si dirigono quindi verso la Event Arena ove, con efficienza e tempestività tedesche, viene fornito il rettangolo cartaceo recante il numero storico. Indi, comoda e rilassante perlustrazione dello splendido  parco, ove sono incastonate le avvenieristiche (soprattutto per l’epoca di costruzione) tensostrutture dell’Olympiastadion, dell’Olympiahalle e della Schwimmbad. Indi capatina in centro per fornire l’indispensabile carburante al motore: la miscela perfetta è costituita da una porzione di maialino da latte alla brace (con crosticina croccante)  e mezzo litro di birra bavarese. Non senza pochi sensi di colpa e timori per le ripercussioni caloriche della licenza bibito – culinaria; meditati, interiorizzati e definitivamente fugati durante il rientro a Teresienwiese.

La sveglia, nel giorno fatidico, suona puntuale alle ore sette. I Garolfi scendono di due piani ove è allestito un ricco buffet. Yoghurt, cereali, salumi e formaggi di ogni sorta. Certo di trovarvi qualche litro di te caldo, il GaroRun scoperchia un pentolone in acciaio, nel quale nuotano, in acqua occhiuta, una dozzina di würstel  bolliti. All’insegna del vade retro satana, taglia due fette di pane nero e le cosparge con dedizione di miele; il te, non quello all’aroma salsiccia, è preparato senza indugi da una ragazza poco loquace ma industriosa. Tempo di sbrigare le formalità alla reception e l’atleta (molto dilettante) si chiude la porta dell’alberghetto alle spalle tuffandosi nella fresca, ventosa sonnacchiosa  München  della domenica mattina, transitando per i padiglioni in dismissione della Festa della Birra. Alla Hauptbahnof si incontrano le prime timide avanguardie del popolo maratoneta: abbigliamento (più o meno) tecnico, sguardi (più o meno) concentrati e svegli, borsine amaranto dell’organizzazione. All’uscita della U3 (OlympiaZentrum), i rivoli di qualche minuto prima si trasformano in un inarrestabile e colorato fiume in piena diretto allo Stadio Olimpico.  Un pingue signore prende in consegna il fagotto del Garolfo che si avvia, in compagnia di altre migliaia di “colleghi” festanti, verso l’ammassamento della partenza. Dopo una breve sosta tecnica per liberarsi di qualche grammo di peso che potrebbe risultare decisivo per la riuscita dell’impresa, è il momento della concentrazione. Ciascuno dei punzonati si ritaglia un paio di metri quadrati per saltellare, sgranchirsi, sistemarsi la parrucca colorata  (o le ali dorate di cartone sulla schiena), aggiustare il sacco di plastica posto a provvisoria barriera dei primi cenni di rigore autunnale.

LA GARA.

Un tonfo sordo precede di qualche secondo la lenta messa in moto della “mandria podistica”. Prima passetti leggeri, quindi falcate più ampie, fino al transito sotto lo striscione dello start. All’unisono risuona il rumore ridondato di centinaia di migliaia di calzature sportive. Al Garolfo pare necessario impostare un’andatura al risparmio. Prende come “lepre” un giovinotto dallo stile di corsa corsa tutt’altro che elegante. Ma efficace. Tanto efficace che dopo qualche minuto scompare inesorabilmente all’orizzonte. Per tutta la competizione, i punti di riferimento si materializzano e si dissolvono in una manciata di minuti, perché troppo rapidi (è la maggior parte dei casi) o perché un pochino più pigri. Niente automobilisti che imprecano suonando il clacson e battendo le mani sul volante a causa delle strade chiuse. Tutt’attorno è una festa irripetibile: pubblico plaudente, orchestre, bande, suonatori di bonghi con un effetto taumaturgico neppure paragonabile al migliore degli integratori alimentari. I cartelloni dei tifosi e quelli con impresso il numero dei chilometri percorsi si susseguono, i rilevatori di tempo sibilano al passaggio di ciascun partecipante. Come si susseguono paesaggi urbani mutevoli: ordinate e caratteristiche zone residenziali, verdi parchi popolati da mamme, papà, pargoli e cani, il salotto buono del centro costellato di transenne (solo per l’occasione). Atti distinti l’uno dall’altro ma tutti all’unisono funzionali ad un indimenticabile spettacolo teatrale. Le zone ristoro si annunciano con il fondo reso appiccicoso dai beveroni energetici; le dame dell’organizzazione, con gesti amorevoli, accudiscono gli assetati porgendo agognati bicchieri d’acqua, tranci di banana, biscottini.  Si scorgono alcuni applauditissimi ragazzi affetti dalla sindrome di down, giocolieri, clown che con abiti lunghi e ingombranti  corrono più dei “cristiani”. Il tempo passa e il protagonista vedetransitare e schizzare via  il palloncino azzurro recante 4:15 oltre a quello rosso (recante 4:30), con annesso codazzo di seguaci. Poco importa. Il traguardo (prima o poi) è tutto quanto conta. Dopo una mezz’oretta trascorsa al fianco di un vecchio compagno dell’università casualmente colto in flagranza  sul tragitto, si staglia all’orizzonte il cartello che indica il chilometro trentotto. L’atleta trae dai mutandoni la bomba (anch’essa di fantozziana memoria): un sacchettino di uvetta che trangugia in un sol gesto. Anche per merito dell’effetto placebo da essa ingenerato, si accosta allo Stadio Olimpico con energia insperata, sparando le ultime cartucce del cinturone polmonare.  Si infila nel tunnel denso di fumi colorati e flash che lo separa dal catino olimpionico. Ne fuoriesce accompagnato un brivido che nasce dalla schiena, per terminare nello scalpo (su cui poco, peraltro, rimane coltivato). Il morbido tartan della pista è come una rete elastica, che salto dopo salto conduce il commosso Garolfo fino allo striscione  dello Ziel che pare assumere, per l’occasione, le surreali sembianze di una figura mistica avvolta da un candido mantello con ricamati i numeri 42195.

POST.

Lo sguardo  si volge istintivamente alla Coach (nonché dietista, motivatrice psicologica & affini), che zompa da un gradino all’altro delle tribune. Il Nostro si dirige, un poco legnoso, verso il buffet per dissetarsi e sfamarsi con banane (Cita al confronto era una dilettante), merendine e un paio di Brezel, adagiandosi poi soavemente, assieme ad altri centinaia di migliaia di compagni d’avventura, sul soffice praticello all’inglese. Un senso di sofferenza e mistico rapimento si mescolano indissolubilmente, risalendo fino ai neuroni cerebrali. Le coperture in vetro a nido d’ape e il cielo bavarese ne sono la scenografia. L’ultimo tocco di pennello per il completamento dell’opera è rappresentato da una resuscitante seduta fisioterapica, oltre che da una doccia a cinque cerchi, nei pressi delle dalle vasche ove Mark Andrew Spitz conquistò le sue celeberrime sette medaglie olimpiche. Per il vero, i Garolfi, completano i festeggiamenti in serata, a Marienplatz, con una dozzina di Bratwurst alla senape e la improvvisata premiazione dell’ Italico Cagnolino Nero Tignoso Corridore, ad opera di un brillante  gruppo di attempati turisti di Hannover. Imbattibili nella maratona in rapidità e frequenza media di alzate di gomito. E già una indefinita ma persistente nostalgia per le vie e gli abitanti di questa avvenente città, gli ammanta la mente. E’ sicuramente solo colpa della della birra. Certo, forse, si. Della birra.

http://www.muenchenmarathon.de/

5 risposte a “München Marathon 2009

  1. congratulazioni vecchio mitico poeta dei monti!!!!!
    mi hai fatto venire la pelle d’oca, una sanissima superinvidia mi ha colto mentre leggevo le tue sensazioni, le tue emozioni, le minuziose descrizioni di ciò che hai vissuto mi hanno fatto assaporare il significato di tanto sforzo, il perchè ci sforziamo tutti di andare a correre nonostante il freddo, le intemperie ed il caldo soffocante agostano. E poi, diciamocelo chiaramente, se sei riuscito a cogliere tutti quei particolari, vuol dire che eri anche ben allenato, altrimenti il tuo unico neurone come avrebbe potuto immagazzinare tutto ciò?????

  2. @ john
    Eh eh, John….
    Parole sante. Pensa che in realtà ho percorso i 42,195 camminando, fermandomi al bar, cogliendo ed annusando i fiori nei parchi. E nonostante ciò, all’arrivo, il neurone era surriscaldato come il radiatore di una vecchia carretta dopo 10 km in salita;-)
    Stai bene, vecchio. A quando un congresso sul succo d’uva fermentato?
    bye, Garo.

  3. presto, molto presto……purtroppo continuo ad essere libero solo la domenica, quindi proporrei pranzo luculliano e poneriggio al palasport a vedere bari & compagni, l’avvesario mi è indifferente.

  4. E bravo il nostro Garo che ce l’ha fatta! Tante vittorie, forse le più belle, non sono quelle che si celebrano su qualche podio. Complimenti a presto…

  5. @Giuspe

    Eh eh il Saggio Giuspe deposita una delle sue perle di saggezza…
    Fai a modino, a presto!

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