Raggi.

Una lieve brezza preserale accarezza la fronte (alta) del Garolfo, che termina in un ergonomico caschetto di polistirolo blu e nero. A terra scorre una striscia di asfalto dipinta di rosso, impreziosita, di tanto in tanto, da un logo con due ruote unite tra loro da un telaio dai tratti essenziali. Il Nostro osserva come questa, negli ultimi mesi, sia particolarmente affollata di utenti dell’ultim’ora: gradevole effetto collaterale dell’Accisa monumentale. Nel cestino rimbalza, a corpo morto, il fido catenaccio con precise consegne di fermacarte di una cartelletta marrone, gelosa custode dei compiti a casa. Nella strada di fianco sfrecciano le solite scatolette di sardine, tra le quali ne spicca una gialla e bianca con spoiler, paraspruzzi e tendine Marylin che ribmbalza al ritmo subwooferunzi unzi“. Il lieve rumore tecnico della catena che serpeggia tra gli ingranaggi e quello degli pneumatici che scivolano via, sono la colonna sonora del viaggio, mentre il Sole e i suoi raggi cedono malvolentieri lo spazio al crepuscolo. Il Garo oltrepassa il ponte sul torrente pensando a come la seconda cosa più bella nella vita sia la mobilità ciclabile urbana. Al terzo ed al quarto posto, rispettivamente, il buon cibo ed una doccia calda dopo una corsa. Ed è già casa. Per questa sera, quasi un peccato.

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