“Miainga”.

Il Garolfo trae dalla sacca da viaggio un libricino dalla copertina in cartone marrone e le pagine in carta riciclata. “Parlare il malgascio in 40 lezioni (per principianti)” Scorre rapidamente le pagine fino alla quarantesima lezione incappando in una sezioncina dedicata ai proverbi malgasci. “Ciò che l’occhio ha visto il cuore non dimentica“. “Gli occhi che amano non si vergognano di guardare“. “Il bene che si fa è un monumento che i posteri non possono dimenticare” – “Ni soa atao tsangam-bototsy hazo heidinoina“. Non è il commrecio che esistè prima, ma l’amicizia” – “Tsy ny varotra notaloha, fa my fihavanana“. Ed infine la perla, il più inviso a certa parte di italici, urbani, musi lunghi: “Hai un dente solo? Sorridi almeno con quello“. Ripone il manualetto di grammatica, si avvicina allo specchio riflettendovisi serio. Indi spalanca le fauci richiudendole precocemente e pensando che il test, in laboratorio, è riuscito. Pensa che non sia sufficiente: il detto va applicato anche sul campo. Pensa altresì che tale verifica empirica, lontano dalle solite abitudini, dai soliti luoghi e dai soliti volti, potrebbe avere un’elevata percentuale di successo.

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