Garolfo On Line

Voci categorizzate come ‘si, viaggiare’

Chi viene & chi va.

13 Luglio 2009 · Lascia un Commento

La (macchinosa) mente del Garolfo fatica ad elaborare anche solo la minima parte dell’indicibile numero di vocaboli da viaggio affastellati in poche ore. Terminal, gate,  boarding pass,  seat number, “something to drink?”, closed, take off & landing. Ed ancora (in tale caso la fantasia non ha limiti, oltre ad essere inversamente proporzionale al comfort). Eurocity, Intercity, Intercity plus, Frecciarossa, Cisalpino, Eurostar, Eurostar City, Espresso, Euronight,  Regionale, Interregionale, etc. etc. Per chiudere con i temutissimi big two della giungla urbana in movimento: “baggage claim” e “soppresso”. Roba da far rimpiangere una vita allo stato brado nella foresta africana, avvalendosi del solo lessico essenziale.

P.S. Il Garo è lieto di annunciare che la sezione “Namibia!” è completa dei “tributi post viaggio”.

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Garo hot.

29 Giugno 2009 · Lascia un Commento

Non si tratta di una sezione per soli adulti del blog del Garolfo. Ma della lucina che si illumina una/due volte all’anno nella Sala Monitoraggio Stati D’animo allestita presso la residenza del Nostro. L’evento può essere determinato dall’aumento della temperatura atmosferica (strettamente correlato al ciclo delle stagioni), o dal surriscaldamento del (ristretto) perimetro meningeo del Garo. Oltre che, come intuibile, dalla concomitante azione di entrambi. La soluzione a tale fattispecie critica è rinvenibile nella generazione meccanica di flussi d’aria raffrescante oppure (prefreribile), nell’attivazione di (altrettanto meccanici) mezzi di trasporto che garantiscano l’immersione in cuscini d’aria più temperata. Come quelli dell’emisfero australe.

E’ online la nuova pagina del Blog del Garolfo. “Namibia!”

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Sic transit.

20 Maggio 2009 · Lascia un Commento

Il Garolfo si regge saldo all’apposito sostegno. Una voce da altoparlante ridonda sulle lamiere metalliche che rivestono la stazione. “Tecnici dei bagni autopulenti contattare Termini”. Solo un presagio di quanto proietterà, poco dopo, in un loop infinito, il monitor al centro del convoglio. La bionda soubrette dello yogurt-vigile urbano del colon, fa la sua comparsa anche venti metri sotto terra per convincere le pendolari che senso di gonfiore, stitichezza (*), senso di disagio, cattivo umore e nervosismo, pigrizia, stanchezza, possono essere causati da problemi di transito intestinale (**). Lucio Sestio. Uscita lato. Sinistro. Poco importa se una distinta signora qualsiasi si è divorata tre anatre all’arancia, quattro tavolette di cioccolato fondente, è vestita da Zorro, si è appena accapigliata con la collega d’ufficio, oltre che essere reduce da tre folli  notti trascorse ad ubriacarsi in discoteca. Solo il transito intestinale può fregiarsi  dell’esclusiva di padre dei peggiori sintomi. Prossima fermata. Numidio Quadrato. Uscita lato. Sinistro. Il Garo osserva l’umano melting pot immerso in copie di City, Leggo, settimanali frivoli, spartiti, appunti, musica ed audiolibri avidamente succhiati con le orecchie. Porta Furba. Quadraro. Uscita lato. Sinistro. Un crocchio di turiste americane sale gorgogliando frasi ad un primo ascolto incomprensibili. Neppure loro, con un ventre che nulla ha a che spartire con una tavola da surf (o da neve che è uguale) si appassionano al potere taumaturgico del beverone. Prossima fermata. Arco di Travertino. Uscita lato. Sinistro. Il Garolfo pensa con sconcerto a come sia possibile che nessuna delle dame presenti si premuri di verificare, attraverso l’autopalpazione del pancino o lo screening diagnostico dell’umore, la presenza (congiunta o disgiunta) dei preoccupanti sintomi descritti con immagini di fanciulle tribolanti.

Basito per l’altrui indifferenza verso il proprio stato di salute, il  Nostro si infila attraverso le porte scorrevoli e, in buona compagnia, riguadagna la superficie dopo aver percorso tunnel, scale mobili e fatto roteare tornelli metallici. Un sole abbacinante scontorna le meraviglie della Città Eterna: anche su questo lembo di crosta terrestre  i problemi di transito sembrano non mancare. Qua, tuttavia, gli stessi sono agevolmente gestiti con qualche colpetto di clacson, manovre repentine, taciti sguardi comprensivi attraverso i finestrini abbassati a metà. Solo qualche espressione colorita sembra evocare, neppur così velatamente, i mirabili effetti del Bifidus Actiregularis….

(*) E pensare che il Garo è sempre stato convinto del fatto che i problemi di transito si manifestassero dopo aver divorato una cassettina di prugne belle mature. Non si finisce mai di imparare… Alessia, sei tutti noi!

(**) Che attanaglia ben il 46,3% delle donne italiane (!)

Foto:Garolfo 2009

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Giovanni, impiegato.

6 Marzo 2009 · Lascia un Commento

Il Garolfo sfoglia distrattamente il suo quotidiano rosa sbiadito. Non quello che racconta della saudade di Adriano e delle  prodezze pedatorie di Del Piero.  Quello di Emma, serio e  impegnato, che promette la luce naturale anche di notte. Sobbalza sulla sedia quando riconosce, a pagina nove,  l’orgoglioso profilo di Giovanni. Il Garo decide, così, di raccontare, in questa sede, la sua storia.

Il "giornale al mese" di Giovanni

Giovanni è un padre di famiglia, quattro figli e una moglie premurosa.  Come tutte le mattine, all’alba,  si trova incolonnato al casello. Di mestiere è impiegato.  L’autoradio è sintonizzata sul Secondo Canale di Stato e una voce stridula disserta di segni zodiacali, ascendenti e altre vacue amenità; l’alberello magico alla vaniglia ondeggia allegro, sollecitato dagli sbuffi di aria calda sputati dal cruscotto. Il protagonista già pensa agli strali del suo capo di cento chili a causa dell’ennesimo, ineluttabile ritardo. Alla propria destra, nella corsia blu, sfrecciano autoarticolati, torpedoni, furgoncini, multispazio, fuoristrada, SUV, berline di lusso e utilitarie: ogni mezzo oltrepassa la frontiera metallica che lo separa dalla libertà, senza il minimo accenno a fermarsi o rallentare. Giovanni pensa così a come sarebbe bello e utile possedere il passepartout per questa emancipazione indolore. L’ambitissima saponetta, quella grigia con la striscia e la scritta gialla. In fondo “costa proprio poco: solamente un quotidiano in meno (e qualche spicciolo), una sola domenica al mese”.  Riflette sul fatto che con tale modesto, insignificante investimento, potrebbe rendere il mondo migliore.  Donare  felicità alle Autostrade, consentendo loro di ridurre il personale addetto alla esazione del pedaggio e destinarlo a rammendare le buche.  Permettendo loro di essere  un poco più rapide nel portare a destinazione i viaggiatori,  con evidenti vantaggi in termini di immagine, per bacco.  Ridurre l’inquinamento causato dalle code; evitare che un Giovanni qualsiasi, ancora addormentato, giochi a rimpiattino con la vettura che precede, ferma in attesa di allungare le monetine al casellante o ritirare il biglietto (che si annuncia a mò di linguaccia). Permettere agli autisti di starsene comodamente seduti al caldo dell’abitacolo, risparmiando sul riscaldamento (o sul condizionatore) ed evitando correnti d’aria, potenzialmente letali per la cervicale.  In sintesi: soldini ben investiti.  Rispettivamente in economia, celerità dei trasporti, marketing, ecologia, sicurezza stradale, risparmio energetico, tutela della salute pubblica.

Il profilo fiero di Giovanni.

Il nostro padre automobilista  si persuade, in prima battuta, del fatto che nel Paese del Tricolore, sia assolutamente normale pagare il costo del bollettino postale per pagare il bollo della Vespa; pagare il commercialista per farsi scrivere su un modello in cartoncino quanto pagare di imposte e tasse. Pagare il posteggiatore abusivo per pagare, in tranquillità, il ticket della sosta. Quindi, perché non dovrebbe essere normale pagare alle Autostrade un euro e ventiquattro cent al mese per pagare il pedaggio, che è pure senza maggiorazioni ? (Da lucciconi agli occhi per la gratitudine N.d.G.).

Tuttavia, qualcosa ancora non lo convince; indugia con il pensiero guardando, assente, l’astina del tachimetro adagiata sullo zero. Pensa alla tecnologia, che dovrebbe essere al servizio del portafogli. Medita sul fatto che anche le banche (notoriamente neppure lontane partenti di S.Francesco), concedono lo sconto per le operazioni in rete; che le assicurazioni online (neppure loro ascendenti in linea retta del Santo di Assisi), sono più economiche di quelle tradizionali; che affidare la propria quattroruote all’addetto, costa di più che inserire il gettone in un lavaggio automatico e dilettarsi, da soli, con la lancia dell’acqua; che una email di lavoro è meno cara (e più celere) di una letterina di carta; che il caffè della macchinetta è doppiamente parsimonioso rispetto a quello sorseggiato al banco. Perfino la benzina al Faidate si paga a peso d’oro, anziché di platino…

La guida sicura di Giovanni.

D’improvviso Giovanni ritorna in sé e distingue nitidamente il rumore, sempre più assordante, di decine di clacson dalle tonalità più svariate, i cui decibel filtrano violenti dal lunotto. Oltre il parabrezza solo asfalto. In lontananza, un omino tarchiato con giacca a vento arancione si affaccia da un casotto in acciaio schiumando rabbia. Si sbraccia disperato facendo cenno con ampi movimenti degli arti superiori  di avanzare, indicando, a fasi alterne, un semaforo, posto in alto, che proietta una luce verde vivo. Un marcantonio  picchietta con veemenza con il dito sul finestrino. Giacca a vento blu, pantaloni a sbuffo azzurri con doppie righe viola. Sinistri stivaloni in pelle fino al ginocchio chiusi da possenti fibbie, gelosi custodi di una paletta rossa e bianca recante l’effigie della Repubblica. Saluto alla visiera. “Mi può seguire con la Sua autovettura, per cortesia?”

Questa è la storia di Giovanni, impiegato.  Oggi sfreccia a sessanta km/h con la sua auto in leasing sulla corsia azzurra, lanciando occhiate cariche di altera e sprezzante commiserazione verso la fila di auto  immobili alla sua sinistra. Accanto allo specchietto retrovisore fa bella mostra di sé l’oggetto del desiderio. Affinché non accada più di trascorrere un’intera mattinata presso la caserma della Polizia Stradale ad esibire documenti e sottoscrivere verbali. “Perché, come scritto a chiare lettere sulle pagine rosa, prendere il Telepass costa davvero poco, è facile e senza maggiorazioni sul pedaggio, ti fa risparmiare tempo” (quanto al denaro, il dibattito è aperto…).

Giovanni. Impiegato e testimonial. Uno di noi.

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Garolfopuntoittì.

22 Novembre 2008 · Lascia un Commento

Ormai le partite a calciobalilla nel centro di Antananarivo e gli avventurosi trasferimenti sui treni malgasci sono un ricordo. Nitido, ricorrente, gradevole, per nulla lontano, ma pur sempre un ricordo. Per scacciare la malinconia da jet-leg (quante colpe a questo povero jet-leg), il Garolfo decide di affidarsi al vizio occidentale più invalso nelle situazioni di cosiddetta “sindrome da meditazione profonda e perseverante post traversata”: gli acquisti. Certo.  Proprio a  lui, che il solo udire questa parola, fino a non più di un mese fa, avrebbe causato secchezza di fauci ed eruzioni d’ogni tipo, intensità e magnitudo (su entrambe le scale, Richter e Mercalli. Il Garo si è sempre chiesto chi sceglie il gradino giusto dopo un terremoto). Indi si concentra pensando a che cosa gli possa realmente mancare. L’auto nuova no; che il limoncino verde, pur se diversamente nuovo, ambula in maniera più che dignitosa. I pantaloni no, che ancora quelli vecchi non hanno buchi e tra poco ci sono i saldi. Il decoder digitale terrestre no; altra scatoletta che minerebbe alla radice la già precaria statica della piramide tecnologica che svetta accanto al televisore. Il telefonino nuovo no; vade retro. La specchiera per l’ingresso no; una nuova pompa per la bici no; il kit per il montaggio “step by step” delle tre Caravelle no; la potatrice con svettatoio no; il tiragraffi per il gatto (che non c’è) no; la livella elettronica multifunzione no; la chiave dinamometrica no; le sementi di petunia neppure….

Il Garolfo,  attanagliato da un inatteso e totalizzante delirio di consumistica bramosìa ed onnipotenza,  pensa  che per affiancare alla sindrome voraci anticorpi sia necessario un acquisto di peso, sostanzioso, insomma. Magari in grado di attribuire padronanza o potestà incontrastata. Improvvisamente  si illumina, sgambetta in cucina per sfogliare le “Paginas Amarillas”. Rintraccia il numero dei cibernetici amici pisani del Cienneerre, agita vorticosamente le dita sulla tastiera del telefono e verifica, con il cuore in gola, che qualche altro Cagnolino Nero Tignoso non lo abbia preceduto nel proprio intento.  Sospiro di sollievo, raccomandata A/R, et voilà, finalmente anche il Nostro ha ciò che si merita (e più gli mancava). Con orgoglio e gli occhi scintillanti, per la prima volta, può così mostrare al proprio copioso pubblico l’autentico, tangibile (si fa per dire…), tanto atteso ed agognato DOMINIO!

W W W .

www.garolfo.it


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“Trano” (*)

14 Novembre 2008 · Lascia un Commento

Per il Garolfo è giunto il momento di distillare le immagini, i pensieri, le sensazioni provate. Il Nostro pensa che mai, prima d’ora, il materiale da elaborare è stato così abbondante, denso, vario e carico di emotività.

(*) Casa, in lingua malgascia.

P.S. Durante il volo aereo, il Garo ha sognato di armeggiare con il telecomando del televisore di casa selezionando vorticosamente tutti i canali e ritrovando sullo schermo, inesorabilmente, senza soluzione di continuità, sempre la medesima immagine.

Si è destato ebbro di speranza, si è affacciato al finestrino ed osservando il tappeto di    nuvole sotto di lui ha pensato che, in taluni casi, i sogni si avverano. Si. In taluni casi.

Nella pagina “Madagascar?” è fresca fresca di pubblicazione la sezione “IL VIAGGIO – dopo…”.

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“Miainga”.

28 Ottobre 2008 · Lascia un Commento

Il Garolfo trae dalla sacca da viaggio un libricino dalla copertina in cartone marrone e le pagine in carta riciclata. “Parlare il malgascio in 40 lezioni (per principianti)” Scorre rapidamente le pagine fino alla quarantesima lezione incappando in una sezioncina dedicata ai proverbi malgasci. “Ciò che l’occhio ha visto il cuore non dimentica“. “Gli occhi che amano non si vergognano di guardare“. “Il bene che si fa è un monumento che i posteri non possono dimenticare” – “Ni soa atao tsangam-bototsy hazo heidinoina“. Non è il commrecio che esistè prima, ma l’amicizia” – “Tsy ny varotra notaloha, fa my fihavanana“. Ed infine la perla, il più inviso a certa parte di italici, urbani, musi lunghi: “Hai un dente solo? Sorridi almeno con quello“. Ripone il manualetto di grammatica, si avvicina allo specchio riflettendovisi serio. Indi spalanca le fauci richiudendole precocemente e pensando che il test, in laboratorio, è riuscito. Pensa che non sia sufficiente: il detto va applicato anche sul campo. Pensa altresì che tale verifica empirica, lontano dalle solite abitudini, dai soliti luoghi e dai soliti volti, potrebbe avere un’elevata percentuale di successo.

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