Rotabili.

Giovani esseri umani con ciuffo sporgente, pelle movimentata e pantaloni a mezz’asta. Laptop sulle ginocchia, auricolare condiviso per spartirsi i suoni del lungometraggio. Una ragazza con i capelli lunghi che seguono le spalle ed un vistoso anello etnico al dito, osserva concentrata il proprio libro sollevando di tanto in tanto il capo per distendere lo sguardo. Ad ogni sosta il capotreno fuoriesce dalla cabina per avvicinarsi ed armeggiare alla porta con un chiavistello cistodito da un moschettone zincato. Mano a mano che il serpente metallico incede verso la destinazione finale, la sua pancia si svuota e diventano sempre più nitidi i rumori tecnici di funzionamento, non più coperti dal vocìo dei trasportati. Il Garolfo giace beato accanto al grande finestrino che lo separa da freddo, ombra e brina, che fagocitano, invece, un giovane corridore ben bardato. Che riesce a mantenere lo stesso ritmo del convoglio per qualche frazione di secondo, scomparendo poi tra i cristalli bianchi che avviluppano le ramaglie lungo il fiume. Il Nostro già immagina e pregusta il suo gaudio al termine della seduta, moltiplicati per almeno cento, mille volte da una doccia calda e rinvigorente.

Varcata la soglia automatica, si lascia riaccarezzare dai rigori del clima assieme a svariate decine di persone brulicanti per la stazione. In strada la ragazza del libro e dell’anello etnico si abbandona all’affettuoso abbraccio di un signore ed una signora di mezza età, che la baciano con un trasporto di atteso bentornato. Il Garo può così rituffarsi nell’ecosistema urbano, sazio e rinfrancato dal breve viaggio sul suo mezzo di trasporto preferito. Che probabilmente è tale solo perché, per fare il pendolare, usa la bici.

Gari e Gare.

Il Garolfo non ha certo dimenticato la suo piccolo diarietto on line. Come non ha dimenticato di concertare, con la ciurma della domenica, il prossimo venturo consesso podistico ufficiale. E, come da consolidata prassi, dopo aver premuto il tastino di invio, si prende a far sul serio. Enter now significa sveglie puntate ad orari (semi) impossibili, asfalto da consumare e terra da spostare, suole calde nonostante il fresco, vapore acqueo che esce dalla boccaccia e si disperde in scia, lavatrici da programmare per garantire il turn over dei cenci, lastre di ghiaccio da approcciare con rispetto, vincere (meglio, rimanere indifferenti) (al) le prove meteo ed articolari. Le chiacchiere no. Non si possono abolire: un buon allenamento deve infatti permettere di conciliare ritmo del diaframma e vibrazioni delle corde vocali. Che, all’unisono, emettono il motto ufficiale: arrivare è vincere.

http://www.marathon-freiburg.com/de/start/

Sapore Vero.

Gli sguardi dei musicanti misteriosamente al largo sopra una chiatta senza motore, tutti vestiti con il frac, si fanno sorpresi ed ebeti alla vista del motoscafo in radica con a bordo gli ormai conosciuti etilisti dell’Amaro, i quali, in spregio ai propri valori epatici, li portano in salvo con l’unico fine di scroccare la consueta doppia razione di bicchierini. Certo. Ne è passato di Amaro sotto i ponti dal cavallo morente con occhio spalancato che si drizza miracolosamente in piedi come un Lazzaro a quattro zampe dopo essersi fatto brutalmente spalancare le fauci da un veterinario che si asciuga il moccolo con il gomito.

Dalla fornitura dell’insostituibile (quanto misterioso) pezzo di ricambio nel deserto e dal recupero dell’Antico Vaso da una tendopoli popolata da un crocchio di perdigiorno. Tutte belle storie di vecchi ubriaconi che rischiano etilometro e brevetto dell’idrovolante per un mucchietto di cianfrusaglie.  Secondo il Garolfo, non è vieppiù peregrino il rischio che i Salvatori si tramutino, un dì,  in Salvati. Da qualche successore che recapiti loro, nel frigo da campeggio, un fegato tutto nuovo. Per mille altri festosi brindisi.

Maggiordomi.

C’è uno strumento che si utilizza per salire in alto, generalmente di legno, fatto con i pioli ed utile per vincere la gravità ed limiti della bassezza umana. Il Garolfo lo accosta (oltre ai lavoratori, s’intende) a quegli individui, poco dotati di rettitudine ed onestà, che si impossessano delle cose altrui. Alla voce corrispondente, sul “Devoto”, di loro si legge: “Chi commette un furto o è dedito abitualmente al furto (…)”. Tuttavia, chi commette od è abitualmente dedito, non è solo colui cui la definizione vocabolariesca si riferisce, ma anche colui che, (per comune convenzione popolare), regge il lungo arnese di cui sopra. Dunque, se il povero Bel Paese è ridotto nello stato in cui giace, non è solo colpa di chi ha commesso od è stato dedito. Ma anche (soprattutto) di tutti coloro che hanno retto ben salda la scala, avvilendo la propria personalità in atteggiamenti di umiliante sottomissione o dipendenza più o meno consigliati dal calcolo o dall’interesse (cit.). In particolare coloro che, per deontologia professionale e missione prima, avrebbero dovuto essere  le mordacchie al potere, avrebbero dovuto raccontare le cose, scovare le notizie, sguazzare nei fatti, razzolare negli oscuri cassonetti della politica e degli affari, porre le seconde domande. Ma anche solo le prime.

Ma c’è da scommettere che l’Italia (Paese dall’oblìo facile), delle enormi responsabilità dei maggiordomi dell’informazione già si sta scordando. E proprio per questo loro sono già pronti, senza un briciolo di dignità e di memoria, a baciare nuove mani e a portare, sulla punta delle dita, vassoi argentati colmi di racconti ritagliati sulle misure di qualche (nuovo) padrone. Con buona pace di chi,  leggendoli o scorgendoli in TV, li crede integerrimi depositari di soli fatti.

Sempreverdi.

Dopo qualche settimana da spettatore smarrito, il Garo ritorna. Ancora un poco frastornato dalla (sperabilmente temporanea) dipartita dal video del suo conduttore/eroe preferito. Un uomo di successo, buono per tutte le stagioni. Evergreen del tubo catodico e con il nome onomatopeico. Ed è certo. Se la Prima Azienda Culturale del Bel Paese ha qualche problemino di liquidità non può essere sicuramente colpa dei format di successo da Lui condotti. Ed al Garolfo pare che dal popolo degli abbonati si sollevi, unanime e gridata, una supplica: “Pino, ritorna. Il Canone ha un senso solo in presenza della tua chioma sale e pepe annegata nei pixel delle nostri apparecchi dalla luce blu”.

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P.S.

A Francesco.

Catapulte.

Il Garo legge incuriosito e divertito l’articolo in cui si scrive che la Rai TV ha posto l’attenzione sulla puntata della fiction “Ciclone in convento” perché contenente la scena di un matrimonio tra omosessuali. Preso da curiosità irrefrenabile, ha richiesto pareri scritti ed informali a teologi, escapologi, filosofi, giuristi, osteopati. Nessuno, tuttavia, è riuscito a fornire una risposta (che fosse esaustiva o meno). Il Nostro, quindi, si è ricordato della propria connessione internet e ha recuperato un’utile articoletto in grado di fornire qualche spiegazione e rischiarare  (ancorché solo parzialmente e temporaneamente) le tenebre medievali che avvolgono la Prima Azienda Culturale del Paese.

Il Garo tuttavia si ferma.  E riflette un poco (operazione per lui alquanto complessa), convincendosi al fine della necessità che una mano vellutata, premurosa e materna si adagi soavemente sugli occhi del teleutente per evitargli traumi da immagini inopportune, blasfeme e truculente. E della necessità di proporre rappresentazioni di colore, candide, tenui e rassicuranti (proprio come queste). Dippiù. Il Garolfo si permette di suggerire interventi di somma urgenza per arrotondare espressioni inudibili. I “falli (sportivi) da tergo” dovrebbero diventare “bua da dietro”. Separazioni e divorzi, invece, “scelte di vita autonome indotte da tardive visioni vocazioniste”. Le violenze in famiglia, magari, “passeggeri momenti di opacità mentale”. Quanto a rimedi per i varietà, in cui abbondano ghiandole mammarie e quintali di prosciutti, lasciate che il Garo ci pensi un pochino.

Iunaited Chingdom.

Il Garolfo osserva di sottecchi le rigide movenze del giovane paziente. Che nonostante ampie fasciature, botte violacee e lunghi ricami di sutura, si sposta rapido  da un angolo all’altro della camera come una scimmia in gabbia, sotto gli sguardi sconcertati dei compagni di sventura. “United Kingdom, Dolomites, Mountain Bike, Path, crash, rescue, hospitalflight to go back”. Questa la cronologia dei tag che il Garo riesce ad apprendere dal giovine, involontario ospite. All’estremità del gesso destro  uno spartphone che continua ad interpellare vocalmente, con tono tutt’altro che sussurato. All’altro capo, in vivavoce, la signorina di un call center che con modulazione fintamente conciliante risponde alle perentorie e poco amabili sollecitazioni, dissertando  di email, fax, documenti, visti sanitari, autorizzazioni, lasciapassare, salvacondotti, permessi, licenze, beneplaciti, rimborsi, voli.  Nel mentre, il sudddito primate di Sua Maestà  ghermisce a piedi nudi (!) gli interstizi delle piastrelline nocciola del nosocomio, sotto il rassegnato ed impotente sguardo del vetusto padre, all’uopo spedito nella Terra della Pizza con il primo volo low cost utile. I silenziosi e menomati compagni di stanza si scambiano sguardi eloquenti e densi di significato: per loro l’alternativa è tra il tifare per la permanenza del Paziente Inglese o per le spiccate capacità della signorina call center (e la conseguente immediata disponibilità di un aereo attrezzato pronto al decollo dall’aeroporto più vicino). Il Garo pensa che anche al lettore più sprovveduto non sfuggirà che a prevalere tra gli inermi spettatori  sarà quasi certamente il secondo desiderata.